L’Ucraina tra passato e presente: viaggio sulle orme della storia per spiegare i conflitti attuali

All’alba del 24 febbraio 2022, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato un’operazione militare speciale nell’Ucraina orientale finalizzata ,a suo dire, a garantire la sicurezza dei cittadini ucraini di cultura russa residenti nelle zone del Donbass e della Crimea, nonché minacciando conseguenze mai viste prima qualora gli altri paesi decidessero di intervenire militarmente contro il gigante russo; la dichiarazione è stata immediatamente seguita da attacchi missilistici che hanno colpito località in tutta l’Ucraina, inclusa la capitale Kiev e i posti di frontiera ucraini con Russia e Bielorussia. Due ore dopo, le forze di terra russe sono entrate nel Paese. L’intervento armato è stato preceduto da un prolungato ammassamento militare russo iniziato nella primavera 2021, motivato dal presidente russo come azione legittima per scongiurare un’adesione dell’Ucraina alla NATO. Il presidente Putin ha affermato nel suo primo commento ufficiale dopo settimane di tensioni tra Mosca e Washington che, nelle loro risposte, Stati Uniti e alleati hanno «ignorato questioni fondamentali» sulle garanzie di sicurezza chieste dalla Russia.

Pochi giorni prima dell’invasione, la Russia ha riconosciuto l’indipendenza della Repubblica Popolare del Doneck  e della  Repubblica Popolare di Lugansk , due stati autoproclamatisi autonomi nel 2014 nella regione del Donbass attraverso due referendum.

Il 21 febbraio 2022, in violazione del Memorandum di Budapest del 1994, che avrebbe dovuto garantire la sicurezza dell’Ucraina, il presidente Putin ha inviato le proprie forze armate a presidiarne il territorio.

Riassumendo, la crisi russo-ucraina è dunque uno scontro diplomatico-militare iniziato otto anni fa; esso s’incentra sullo status della Crimea ( la quale appartiene de iure all’Ucraina , ma dopo l’ingresso delle truppe russe nel 2014 la penisola è stata annessa dalla Federazione Russa a seguito del referendum del 16 marzo, con un’affluenza del 84,2%, in cui il 95,4% dei votanti ha votato per l’annessione alla Russia), sulle sorti della regione del Donbass e sulla “possibile” adesione dell’Ucraina alla NATO.

Pur essendo diventata indipendente dal 1991, l’ex repubblica sovietica dell’Ucraina è sempre stata percepita dalla Russia come parte della propria sfera d’influenza.  Il timore maggiore per il governo russo era quello che l’Ucraina finisse a divenire parte della NATO, il che avrebbe posto una potenza “controllata” dagli Stati Uniti proprio ai suoi confini nazionali.

Stando alle parole del presidente Putin, espresse in un discorso televisivo il 23 febbraio 2022 :<< Lo scopo di questa operazione è di proteggere le persone che, da otto anni sino ad ora, stanno subendo l’umiliazione ed il genocidio perpetrato dal regime di Kiev>>. Putin aggiunge che l’Ucraina stia prendendo di mira, e uccidendo, il popolo russofono in Ucraina orientale per annientare il fermento dei separatisti e togliere loro la possibilità di autodeterminarsi.

Human Rights Watch nel gennaio 2022 ha espresso grande preoccupazione per gli effetti della disposizione adottata dal parlamento ucraino, entrata in vigore il 16 gennaio, prevista dall’articolo 25, che impone l’uso della lingua ucraina nella maggior parte degli aspetti della vita pubblica; una decisione che i sostenitori dicono rafforzerebbe l’identità nazionale, mentre gli oppositori sostengono discrimini i cittadini ucraini russofoni. Inoltre la nuova legge ha stabilito che il 90% dei contenuti televisivi e dei film debbano essere in ucraino, così come il 50% media stampati e dei libri. L’articolo 25, riguardo i media a stampa, fa eccezione per alcune lingue minoritarie ( per l’Inglese ed alcune lingue ufficiali d’Europa) ma non per il Russo.

Le accuse di genocidio rivolte dal presidente Putin verso l’Ucraina sono state considerate dalle Potenze “occidentali” un pretesto per giustificare la sanguinosa invasione attuale ma i dati, concretamente, registrano che fin dall’inizio del conflitto, otto anni fa, più di 13.000 persone sono state uccise, inclusi più di 3.000 civili. Molti di più sono i feriti, con 1.5 milioni di sfollati.

Inchieste indipendenti confermano che le forze separatiste filo-ucraine e filo-russe hanno commesso ‎violazioni dei diritti umani, che vanno dalla detenzione arbitraria alla tortura.‎

‎Gli ambasciatori russi ‎ hanno presentato un documento alle Nazioni Unite sostenendo che l’Ucraina stesse sterminando la popolazione civile nel Donbass. I rappresentanti russi hanno anche parlato di uccisioni di massa di russofoni in Ucraina orientale.‎

‎Certamente, non sarebbe una novità che i governi ed i leader utilizzino rivendicazioni di genocidio per fare minacce contro altri paesi, o per fornire una logica per l’intervento straniero; al contempo, mai e poi mai dobbiamo dimenticare la lunga storia di funzionari governativi che fanno discussioni sulla definizione di genocidio per negare cosa stia effettivamente accadendo. ‎

‎Uno degli esempi più noti è stata la negazione degli Stati Uniti che la violenza di massa in ‎Rwanda nel 1994 fosse un genocidio, sostenendo che non corrispondeva al “preciso significato legale” del termine. ‎

Gli Stati Uniti temevano che se avessero chiamato la violenza “genocidio” sarebbero stati costretti a intervenire in Rwanda. ‎ Le milizie armate Interahamwe hanno sterminato selvaggiamente più di 800.000 Tutsi, assieme al popolo Hutu moderato che secondo gli Hutu radicali avrebbe “protetto gli scarafaggi”.

‎Oggi, i paesi continuano a negare che stiano commettendo quel che gli esperti considerano genocidio. ‎ La Cina ha negato di commettere un genocidio contro gli Uiguri, un gruppo etnico musulmano nella regione dello Xinjiang che continua a subire una serie di ‎abusi che vanno dalla detenzione, alla tortura, alla sterilizzazione forzata, fino allo sterminio a causa delle condizioni cui vengono sottoposti e delle violenze dirette. Diversi gruppi per i diritti umani hanno stimato che la Cina ha detenuto con la ‎forza più di 1 milione di Uiguri.

Attenzione: il presente giornale non è allineato con nessuna fazione politica nazionale o sovranazionale, l’unico obiettivo è diffondere un’informazione puntuale, verificabile ma libera che non sia pregiudicata da operazioni di propaganda o manipolazione, chiunque ne sia il fautore. La nostra fede risiede in un tipo di giornalismo che non solo abbia il dovere di informare correttamente, ma anche di migliorare concretamente la condizione delle persone. Crediamo in un giornalismo che non solo coltivi le intelligenze, ma che pur anche muova le coscienze!

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