Testimoni scomodi: il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

<<Lo scenario generale di quanto è accaduto è abbastanza chiaro. Non sappiamo le cose specifiche, quali armi, quali rifiuti, quali vettori, quali destinatari; frammenti che non sono mai stati messi all’interno di un puzzle complessivo, ma che possono dare un quadro chiaro di un segreto così importante, così grave da arrivare a uccidere due giornalisti.

Non si è riusciti a dare a Luciana e Giorgio [ genitori di Ilaria Alpi] una verità giudiziaria e dei colpevoli; sono morti prima purtroppo. Ma c’è un altro atto dovuto. E’ verso gli italiani e verso tutta la categoria dei giornalisti: dire al nostro paese in quale segreto Ilaria stava mettendo il dito. Questo ci riguarda tutti, è un problema del nostro paese perché se lo Stato mette in atto dei depistaggi, credo che dobbiamo sapere perché li mette in atto e dobbiamo individuare i colpevoli istituzionali di questi depistaggi>>: queste sono le parole di Luciano Scalettari, giornalista di Famiglia Cristiana, già consulente della commissione Parlamentare sull’omicidio Alpi-Hrovatin e autore di diversi libri sul caso.

Ilaria Alpi, è stata una giornalista e fotoreporter italiana, assassinata a Mogadiscio nel 1994, dove lavorava come inviata per il TG3, insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin, in circostanze mai chiarite.

Ilaria Alpi giunse per la prima volta in Somalia nel dicembre 1992 per seguire, come inviata del TG3, la missione di pace Restore Hope, coordinata e promossa dalle Nazioni Unite per porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991, dopo la caduta di Siad Barre.

Alla missione prese parte anche l’Italia, superando in tal modo le riserve dell’inviato speciale per la Somalia, Robert B. Oakley, legate agli ambigui rapporti che il governo italiano aveva intrattenuto con Barre nel corso degli anni ottanta.

Le inchieste della giornalista si sarebbero poi soffermate su un possibile traffico di armi e di rifiuti tossici che avrebbero visto, tra l’altro, la complicità dei servizi segreti italiani e di alte istituzioni italiane: Alpi avrebbe infatti scoperto un traffico internazionale di rifiuti tossici prodotti nei Paesi industrializzati e dislocati in alcuni paesi africani in cambio di tangenti e di armi scambiate con i gruppi politici locali. Nel novembre precedente all’assassinio della giornalista, era stato ucciso, sempre in Somalia e in circostanze misteriose, il sottufficiale del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.

Il duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin determinò l’apertura di due distinti procedimenti penali a carico di ignoti: l’uno, presso la procura di Roma, per la morte di Alpi; l’altro, presso la procura di Trieste, per la morte di Hrovatin.

Successivamente, l’11 gennaio 1998, furono condotti a Roma undici cittadini somali per essere sentiti dalla commissione Gallo: alcuni in qualità di vittime delle violenze asseritamente commesse nei loro riguardi dai militari italiani; altre perché comunque ritenute persone informate sui fatti. Tra le persone accompagnate in Italia vi erano l’autista di Ilaria Alpi, Ali Abdi, e la persona accusata di essere autore del duplice omicidio, Hashi Omar Hassan il quale, a suo dire, era venuto in qualità di vittima a denunciare che alcuni militari italiani lo avrebbero legato e gettato in mare presso il porto vecchio di Mogadiscio insieme ad altre venti persone che, in tale occasione, avrebbero perso la vita.

Il 12 gennaio 1998 fu di nuovo assunto a sommarie informazioni l’autista di Alpi.

Mentre nella precedente escussione, effettuata il 17 luglio 1997 Ali Abdi non aveva rilasciato alcuna dichiarazione eteroaccusatoria in merito al duplice omicidio, quel giorno dinanzi agli inquirenti della Digos egli fornì una diversa versione dei fatti: Ali Abdi dichiarò di riconoscere in Hashi uno degli uomini presenti all’interno della Land Rover con a bordo i sette componenti del commando, armati di fucili mitragliatori FAL.

Tale dichiarazione fu confermata nella successiva assunzione a sommarie informazioni del 20 gennaio 1998.

Il 20 luglio 1999 Hassan fu assolto in primo grado per non aver commesso il fatto: secondo il collegio, Hassan sarebbe stato offerto alla giustizia italiana dal presidente somalo Ali Mahdi “come capro espiatorio” per riallacciare i rapporti tra Italia e Somalia.

Il processo d’appello per il duplice omicidio ebbe inizio il 24 ottobre 2000, presso la Corte d’assise d’appello di Roma; Il secondo grado di giudizio ribaltò le conclusioni del collegio di prime cure: secondo i giudici dell’impugnazione, infatti, sia Gelle che Ali Abdi “sono da considerare attendibili ed entrambi hanno visto l’imputato a bordo della Land Rover prima della sparatoria”.

Hassan, ritenuto responsabile del duplice omicidio volontario, con l’aggravante della premeditazione, fu condannato all’ergastolo. Venne inoltre disposta la misura della custodia cautelare in carcere, motivata sulla base del pericolo di fuga.

Il 19 ottobre del 2016 la svolta : Ashi Omar Hassan viene assolto, per l’inconsistenza delle prove e l’inattendibilità dei testimoni, dopo aver scontato 17 dei 26 anni che avrebbe dovuto scontare secondo la pena inflittagli. Il 3 luglio 2017, la procura di Roma chiede di archiviare l’inchiesta in quanto risulta impossibile accertare l’identità dei killer e il movente del duplice omicidio.

Nel momento in cui viene scarcerato Hashi Omar Hassan la Procura di Perugia stabilisce a chiare lettere nella sentenza che l’imputato è stato un capro espiatorio, una persona messa in mezzo per depistaggio .

Hashi Omar Hassan a processo nel 1998. (MONTEFORTE/ANSA/TO)

Le navi dei veleni

Un lungo documento, con più di seicento titoli. Il tutto chiuso sotto chiave negli archivi della Camera dei deputatiGreenpeace ha appena pubblicato l’indice degli atti riservati o segreti acquisiti dalla commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti della XVI legislatura – presieduta da Gaetano Pecorella – relativo al tema delle “navi dei veleni” (leggi). E’ il dossier più delicato tra quelli trattati dal parlamento fino al 2013, con connessioni dirette ai casi irrisolti della storia repubblicana: come quello dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Nella lista dei documenti segreti e riservati acquisiti dalla commissione Pecorella ci sono molti dossier estremamente rilevanti. Ad esempio, due dossier provenienti dall’Aise (il servizio segreto con competenza sull’estero) sul caso Alpi: “Annesso nr.395 – prot. 279867/123/01 avente ad oggetto: Barre d’uranio – caso ALPI”, il primo, datato 24 ottobre 2003 e “Annesso nr.400 – prot. 90376/932/08DP avente ad oggetto: Ilaria ALPI Miran HROVATIN”, datato 8 aprile 2005.

Tanti i documenti sulla Somalia, a dimostrazione che l’ipotesi dei traffici italiani verso il corno d’Africa non è una semplice tesi giornalistica: “Somalia, rifiuti tossici”, è il titolo di un fascicolo consegnato dall’Aise alla commissione Pecorella, datato 14 aprile 2005.

Sempre nel 2005 i servizi di sicurezza hanno prodotto diverse note informative sui traffici di rifiuti e di armi diretti nel paese dove morirono Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

<<Ci sono ancora troppi dubbi e troppi misteri riguardo l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”>> dichiara Roberto Fico, presidente della Camera dei Deputati durante l’incontro  ‘Noi non archiviamo. Il giornalismo d’inchiesta per la verità e la giustizia’ dedicato al venticinquesimo anniversario dell’omicidio dei due giornalisti, svoltosi alla Camera dei Deputati il 20 marzo del 2019, incontro dove era presente anche Hashi Omar Hassan incarcerato ingiustamente e poi liberato grazie all’inchiesta della giornalista Chiara Cazzaniga.

L’ambasciatore della Somalia, Nur Hassan Hussein, ha dichiarato:<<La magistratura somala è pronta a collaborare con l’Italia per avere tutte le facilitazioni possibili riguardo al caso>>.

Durante il convegno il presidente della Camera Fico ha definito prioritario l’impegno per la declassificazione dei documenti ancora non accessibili riguardanti il caso dell’omicidio Alpi :<<È indispensabile  che le istituzioni continuino a impegnarsi per la ricerca della verità>> ha aggiunto.

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