Riapertura delle indagini: nuove piste sul delitto Cesaroni

Simonetta Cesaroni era una ragazza nata il 5 novembre 1969 che viveva a Roma, nel quartiere Cinecittà. A gennaio, nel 1990, aveva iniziato a lavorare come segretaria presso la Reli Sas (uno studio commerciale) che aveva tra i suoi clienti la A.I.A.G. (Associazione Italiana Alberghi della Gioventù). Simonetta venne incaricata di prestare lavoro come contabile per alcuni giorni alla settimana presso gli uffici in via Poma 2.

La famiglia non era a conoscenza dell’ubicazione degli uffici della A.I.A.G. dove lavorava saltuariamente, così come nessuno sapeva, tranne la madre, delle telefonate anonime che riceveva sul posto di lavoro.

Il pomeriggio del 7 agosto 1990 Simonetta si era recata presso la sede dell’A.I.A.G. in via Poma per sbrigare alcune pratiche; alle 17.15 risale l’ultimo indizio che Simonetta sia ancora viva, in quanto fece una telefonata di lavoro a Luigia Berrettini.

I familiari, non vedendola tornare, alle 21.30 decidono di cercarla. Accompagnati da Volponi [il datore di lavoro di Simonetta Cesaroni] la sorella Paola e il fidanzato di questa giungono presso gli uffici di via Poma, dove si fanno aprire la porta dalla moglie del portiere alle 23.30, trovando il cadavere di Simonetta, uccisa con 29 coltellate.

Dalle indagini emerge come, dopo le 17.30, ci sia con ogni probabilità negli uffici un uomo, dal quale Simonetta fugge, dalla stanza a destra dove lavora fino a quella opposta a sinistra, dove verrà ritrovata. Qui viene immobilizzata a terra: qualcuno si mette in ginocchio sopra di lei e le preme i fianchi con le ginocchia con tanta forza da lasciarle degli ematomi. La colpisce provocandole un trauma cranico che la fa svenire; l’assassino prende forse un tagliacarte e inizia a pugnalarla per 29 volte. Sei sono i colpi inferti al viso, all’altezza del sopracciglio destro, nell’occhio destro e poi nell’occhio sinistro; otto lungo tutto il corpo, sul seno e sul ventre; quattordici dal basso ventre al pube, ai lati dei genitali, sopra e sotto.

Alcuni abiti di Simonetta, fuseaux sportivi blu, la giacca e gli slip vengono portati via assieme a molti effetti personali che non saranno mai ritrovati, tra cui gli orecchini d’oro, un anello d’oro, un bracciale d’oro e un girocollo d’oro, mentre l’orologio le viene lasciato al polso. Lei viene lasciata nuda, con il reggiseno allacciato, ma calato verso il basso, con il seno scoperto, il top appoggiato sul ventre a coprire le ferite più gravi, quelle mortali. Porta addosso ancora i calzini bianchi corti, mentre le scarpe da ginnastica sono riposte ordinatamente vicino alla porta. Le chiavi dell’ufficio, che aveva nella borsa, vengono portate via. La cartellina con i documenti del lavoro, con cui i famigliari l’avevano vista uscire, non sarà mai più ritrovata.

La sera del 7 agosto avviene il primo sopralluogo, durante il quale la vittima venne trovata stesa parzialmente svestita negli uffici di via Poma con numerosi segni di armi da taglio e il segno di un morso sul collo; non c’era disordine nelle stanze e c’erano tracce di sangue sulla maniglia della porta della stanza del delitto. La successiva autopsia accertò che la morte è avvenuta tra le 18.00 e le 18.30.

IL PRIMO SOSPETTATO

Il portiere dello stabile Pietrino Vanacore venne fermato dalla polizia il 10 agosto: passa 26 giorni in carcere, poi il suo avvocato convincerà i giudici a farlo uscire, nonostante i sospetti che gravarono su di lui prima come possibile responsabile del delitto e poi come favoreggiatore o testimone muto del delitto.

A un esame approfondito, le tracce di sangue sui pantaloni risultarono essere dello stesso Vanacore, che soffre di emorroidi. Inoltre viene sostenuta la tesi che chiunque abbia pulito il sangue di Simonetta si sia sporcato gli abiti dello stesso. Secondo questa logica poiché Vanacore ha indossato gli stessi abiti per tre giorni di fila ed essi sono esenti del sangue di Simonetta, allora non può essere stato lui. Le circostanze assai sospette lo fecero rimanere comunque l’obiettivo numero uno della polizia, ma gli accertamenti sul DNA del sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove è stato rinvenuto il corpo, scagionarono ulteriormente Vanacore. Il 26 aprile 1991 le accuse contro lui e altre cinque persone vennero archiviate. Nel 1995 la Cassazione confermò la decisione della Corte d’appello di non rinviarlo a giudizio con l’accusa di favoreggiamento.

Una seconda indagine su di lui, nell’ambito delle indagini su Raniero Busco [fidanzato di Simonetta Cesaroni], venne archiviata nel 2009. I magistrati avevano aperto un fascicolo su Vanacore, e il 20 ottobre 2008 avevano disposto una perquisizione domiciliare che poi non aveva portato a nessun risultato. A 20 anni di distanza dal delitto, il 9 marzo 2010 Vanacore si suicidò gettandosi in mare, vicino a Torricella, dove viveva da anni. Vanacore lasciò una scritta su un cartello: “20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”. Il 12 marzo 2010 avrebbe dovuto deporre all’udienza del processo per l’omicidio della ragazza a carico di Raniero Busco.  L’8 marzo 2011 l’inchiesta sul suicidio venne archiviata.

IL MAGGIOR INDIZIATO

Nel febbraio 2005 viene prelevato il DNA a 30 persone sospettate del delitto, tra cui anche Raniero Busco, fidanzato di Simonetta ai tempi del delitto. I DNA vengono messi a confronto con la traccia biologica repertata dal corpetto e dal reggiseno di Simonetta Cesaroni, che daranno un risultato utile: un DNA di sesso maschile, rinvenuto su entrambi in tracce, forse, di saliva (non fu possibile stabilire con esattezza il tipo di liquido biologico).

Nel gennaio 2007, 29 dei 30 sospettati vengono scartati alla prova del DNA. Le tracce di saliva trovate sul corpetto e il reggiseno di Simonetta Cesaroni corrispondono solo al DNA di Raniero Busco; la polizia scientifica ha prelevato per sicurezza due volte il suo DNA e per due volte lo ha analizzato e confrontato: il DNA di Busco è emerso per 6 volte su entrambi gli indumenti.

Raniero Busco diviene ufficialmente un indiziato per il delitto di via Poma. Nel settembre dello stesso anno viene iscritto nel registro degli indagati per il delitto di via Poma, con l’ipotesi di reato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, divenendo formalmente un indagato.

Nella primavera 2008 Paola Cesaroni [ sorella di Simonetta] dichiara ai Pubblici Ministeri  che Simonetta aveva indossato indumenti intimi puliti il giorno in cui fu uccisa. La polizia scientifica sottopone poi ad analisi una traccia di sangue trovata sulla porta della stanza in cui Simonetta fu uccisa. Si tratta di una commistione: la traccia contiene il sangue di Simonetta e quello (cui si è mischiato) di un soggetto di sesso maschile, dunque l’assassino. La componente maggioritaria però riguarda il sangue di Simonetta: la traccia organica riferita all’assassino occupa un profilo minoritario. Nella traccia di sangue analizzata dalla scientifica vengono isolati 8 alleli che coincidono con il DNA di Raniero Busco misto a quello di Simonetta Cesaroni (per 8 volte, dunque, emerge un profilo biologico che in modo compatibile coincide con il corredo genetico di Busco misto a quello di Simonetta). Gli 8 alleli sono stati confrontati anche con i DNA degli altri 29 sospettati dell’inchiesta: sono risultati incompatibili con tutti gli altri 29 DNA.

Inoltre la relazione di cinque consulenti del pubblico ministero(due medici legali, due odontoiatri, un capitano dei RIS: Ozrem Carella Prada, Stefano Moriani, Paolo Dionisi, Domenico Candida, Claudio Ciampini) espone i risultati della loro analisi sull’arcata dentaria di Raniero Busco e dimostrano, anche attraverso prove fotografiche, la perfetta compatibilità tra i segni del morso sul capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni e i denti dell’imputato. Successivamente, una seconda perizia stabilirà che il morso è in realtà una dentata, in ragione di ciò non riconducibile a Busco.

Su Raniero Busco emergono anche delle lacune sull’alibi per il primo pomeriggio del 7 agosto 1990: dell’alibi non c’è traccia scritta in nessun documento investigativo dell’agosto 1990.

Viene presa nuovamente in considerazione anche una testimonianza, già rilasciata negli anni novanta da Giuseppa De Luca, la moglie del portiere Pietrino Vanacore. Giuseppa De Luca raccontò alla polizia di aver visto uscire dalla scala B di via Poma, la sera del 7 agosto 1990 alle ore 18, un giovane con un fagotto sul lato sinistro.

Nel processo di primo grado concluso nel 2011, Busco venne condannato; nel processo di appello concluso nel 2012 venne assolto, assoluzione confermata dalla cassazione nel 2014.

ALTRE IPOTESI INVESTIGATIVE

Prima della svolta investigativa ultima, quella del giugno 2004, quando i carabinieri del RIS di Parma sono stati inviati nel lavatoio condominiale della scala B di via Poma, sono emersi anche alcuni fatti misteriosi collegati alla sede AIAG di via Poma, presieduta all’epoca dall’Avvocato Francesco Caracciolo di Sarno. Sono girate notizie in base alle quali l’ufficio di via Poma sarebbe stato un luogo di copertura per alcune attività dei servizi segreti italiani.

Secondo un’altra ipotesi investigativa, invece, il delitto si legherebbe a presunte operazioni illecite che, nel corso dei primi anni novanta, sarebbero state compiute da alcuni soggetti appartenenti ai servizi segreti nell’ambito della cooperazione allo sviluppo e in particolare in Somalia: Simonetta Cesaroni, incaricata di stipulare contratti per conto di alcune società al di fuori della sua normale professione, sarebbe stata a conoscenza di queste attività illecite. Tale ricostruzione, inoltre, riconnette l’omicidio della ragazza al delitto di Mario Ferraro, colonnello del Sismi che, il 16 luglio 1995, fu ritrovato impiccato all’interno della propria abitazione.

Simonetta Cesaroni avrebbe scoperto qualcosa di grosso: all’epoca si parlò, ad esempio sul giornale “Il manifesto” , del ruolo dell’associazione degli ostelli AIAG. Si trattava forse del tentativo del Sismi di reperire potenziali spie da infiltrare nei paesi arabi, attraverso il contatto di ospiti degli ostelli, provenienti proprio da quelle nazioni.Quello che risulta accertabile è che l’ufficio di via Poma era sotto copertura dei servizi segreti.  Invero l’azienda negli uffici della quale è deceduta Simonetta non aveva indicato sul citofono “Aiag” ma “Edilmark”, una società le cui partecipate fuorono seuqestrate dai Ros dei CC in quanto create per  riciclaggio immobiliare di denaro ottenuto con peculato.

Inoltre Gabriella Carlizzi fece verbalizzare all’allora poliziotto Nicola Calipari <<…di aver sentito una lite tra un uomo, la cui voce mi rimase impressa, e una donna. L’uomo chiedeva con insistenza un qualcosa che la donna non voleva dargli, sostenendo che rischiava di perdere il posto di lavoro, dunque un qualcosa che riguardava il suo lavoro. Ricordo che la lite cessò improvvisamente, ma non sentii alcun grido di aiuto, come di chi sta per essere uccisa da qualcuno armato. E ricordo anche i tre uomini che vidi entrare nello stabile poco dopo, vestiti di tutto punto, che cercavano il portiere per ritirare presso di lui qualcosa. Descrissi in particolare uno dei tre uomini, e Calipari mi disse di tenermi pronta per fare un identikit>>, ma non fu mai più sentita, nemmeno quando riconobbe uno dei tre uomini, molto probabilmente appartenenti ai servizi segreti.

<<Penso che Simonetta Cesaroni in via Poma stesse svolgendo al computer un lavoro di “Affari Riservati” e che la relativa documentazione dovesse interessare apparati deviati dei Servizi, per finalità altrettanto deviate. Nella ipotesi che la lite che io sentii corrispondesse veramente ad una lite tra Simonetta ed un signor X, penso che il delitto passionale sia stato simulato a seguito della morte accidentale della ragazza. Ricordo una perizia del primo medico legale che affermava che la ragazza morì per un colpo alla testa ed emorragia interna>> conclude Gabriella Carlizzi.

Riapertura delle indagini

Nel mese di marzo 2022 la procura di Roma ha riaperto le indagini a carico di un sospettato che già all’epoca dei fatti venne interrogato in istruttoria e in dibattimento.

La procura avrebbe riavviato l’attività istruttoria ascoltando testimoni dell’epoca tra cui l’allora dirigente della Squadra mobile di Roma, Antonio Del Greco. Le nuove indagini riguarderebbero un sospettato che già all’epoca dei fatti finì nel mirino degli investigatori. Il suo alibi, a distanza di 32 anni, potrebbe essere smentito da nuovi elementi.

A riaprire le indagini la pm Ilaria Calò, lo stesso magistrato che sostenne l’accusa contro Raniero Busco, l’ex fidanzato della vittima condannato a 24 anni nel 2011 e assolto definitivamente In Cassazione.

 L’assassinio di via Poma aveva detto Federica Mondani, avvocato di parte civile della famiglia “rappresenta una sconfitta per tutto il sistema giudiziario italiano, una sconfitta per lo Stato. Bastava qualche approfondimento in più ma ciò non è stato fatto”. Mondani citava alcuni misteri irrisolti legati al caso. Ad esempio il morso trovato sul corpo di Simonetta, per cui la famiglia ha sempre chiesto che si facesse una nuova perizia.

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