La tortura come mezzo di repressione: le storie della Resistenza antifascista e la situazione attuale nel mondo

Da alcune ricerche svolte, risulta che circa due terzi degli antifascisti ufficialmente fucilati furono torturati nell’imminenza dell’esecuzione: è dunque un elemento ricorrente nella prassi repressiva nazifascista, reputato utile ad innescare ulteriori catture, fino alla disarticolazione di interi gruppi. Occupanti e collaborazionisti annichiliscono brutalmente gli antifascisti e smembrano intere famiglie, pur di sradicare e isolare i ribelli.

A livello cronologico, il fascismo aveva inaugurato la pratica della tortura già nel 1920-1921, sotto forma di violenza endemica e talvolta pubblica: forzata ingestione di olio di ricino, percosse, sequestri e omicidi. Il nazismo vi ricorse ancora più sfrenatamente nel 1934.

Nel 1944 la tortura si estende a dismisura; non è frutto di inconsulte decisioni personali, ma di una pianificazione pensata nelle sedi istituzionali. Non manca chi agisce in preda a insane pulsioni sadiche, ciò anche favorito dallo scardinamento del senso etico indotto dalla guerra.

Dopo la liberazione di Roma, quando la linea del fronte si avvicina a Nord, la violenza deflagra e nella primavera del 1945 raggiunge l’acme: se prima si nascondevano i corpi straziati, adesso si esibiscono con macabra ostentazione.

In quelle convulse settimane, mentre emergono forme ancestrali di “delitto di folla”, la tortura ricompare, mutata di segno e in forma estrema, contro i fascisti e, più raramente, contro i tedeschi. Nel clima esagitato del 1945 e nel vuoto di poteri che consente ogni eccesso sono i cittadini che si ergono a giustizieri: per di più la violenza partigiana si palesa stavolta in forma organizzata.

Documentare un fenomeno terribile come la tortura risulta problematico, poiché essa oltre che provocare la morte o l’invalidità di migliaia di persone, lascia pesanti o irreversibili traumi psichici e per sua natura è caratterizzata da un alone di indicibilità, per cui la raccolta delle testimonianze, utile agli storici, può risultare complessa: le vittime tendono a chiudersi nel silenzio per non rivivere il trauma subito. Per loro si tratta di vicende talmente terribili da risultare incomunicabili. Per questa ragione le sevizie sono un aspetto della guerra rimasto sovente in ombra, date anche le circostanze in cui si torturano le vittime: di notte e in luoghi di massima sicurezza.

Inoltre, la consapevolezza che con simili crudeltà siano state strappate informazioni ai membri della Resistenza, rafforzando il controllo sull’Italia occupata, ha frenato gli studi, cosicché ci si è limitati a segnalare il fenomeno, senza approfondirlo né misurarne portata e conseguenze. Tra le isolate eccezioni, ci sono stati gli studi di Santo Peli e Luigi Borgomaneri sulle organizzazioni gappiste, nonché le più esposte in caso di cattura alla tortura: non vi è infatti scampo, a meno di giocare d’anticipo e tradire i compagni. Riprendendo le parole di alcune testimonianze raccolte dagli storici sopracitati: <<Non pochi hanno trovato la forza di reggere, ma molti di più sono quelli che hanno parlato, chi più chi meno, magari cedendo soltanto parziali ammissioni pur di interrompere anche per pochi minuti ore di tormento insopportabili.>>

Non vi sono limiti agli abusi, la cui esecuzione è affidata all’arbitrio del torturatore, e la morte è messa in conto come “incidente sul lavoro” o deliberata conclusione degli interrogatori.

La presenza dei laboratori della violenza tedesca nella penisola è straordinariamente fitta, mentre il governo della RSI assiste impotente alle prepotenze dell’alleato germanico. Una nota di protesta approvata dal consiglio dei ministri il 19 gennaio del 1945 dà la misura della situazione: “[…] Le autorità italiane vengono sistematicamente ignorate. Non ricevono neppure la comunicazione delle misure adottate e degli arresti eseguiti [dalle diverse polizie tedesche nei confronti dei cittadini italiani]. E’ umiliante che il Capo della Repubblica non sia mai in grado di rispondere alle famiglie che domandano, dopo sei o dodici mesi dall’arresto, che cosa sia avvenuto dell’arrestato.”

L’ambasciata tedesca a Roma ospita la Polizia di sicurezza, agli ordini del tenente colonnello Herbert Kappler, coadiuvato da Erich Priebke, che trasformano il palazzo di via Tasso in un inferno pieno di torture. A Milano, l’Hotel Regina diventa il centro dell’apparato repressivo tedesco: si tortura perfino nella tromba delle scale. A Bologna, la polizia tedesca brutalizza nella prigione di San Giovanni in Monte i detenuti da cui vuole ricavare concrete piste investigative. A Verona s’insedia il Kommando dei servizi di sicurezza dell’Italia occupata, mentre alla periferia di Trieste si allestisce un campo di detenzione e sterminio.

Dilagano al Nord le violenze degli aggregati ai reparti germanici, mentre a Sud i legionari coloniali francesi razziano il territorio e compiono molti stupri efferati.

In linea di massima i tedeschi si macchiano più raramente di violenza sessuale durante gli interrogatori rispetto ai fascisti. Odio politico e pulsioni sessuali scatenano sadismi fuori controllo, contro militanti e simpatizzanti della Resistenza. Il dato complessivo emerso dalle ricerche indica una maggiore tenuta delle staffette rispetto ai partigiani e ai gappisti. Un dato in parte sorprendente, considerato il sovrappiù di violenza sessuale e sadismo scatenato dai nazifascisti quando la vittima è donna: lo indica anche un rapporto dell’ottobre 1944 a Mussolini sulle malefatte della banda Koch.

Nel territorio amministrato dalla RSI le torture, anche le più terribili, avvengono dentro un quadro istituzionale ben determinato, inserite nell’attività politico-militare quotidiana. I seviziatori godono di omertà e protezioni ad ogni livello.

Mentre in Italia questa triste pagina di Storia è ormai conclusa, con molti seviziatori che in seguito alla condanna hanno poi beneficiato dell’amnistia Togliatti (22 giugno 1946), il fenomeno della tortura, anche come strumento sistematico, è ancora presente in molti paesi del mondo.

Nonostante la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), la Convenzione delle Nazioni Unite Contro la Tortura, a cui hanno aderito 155 paesi, questa pratica non è solo presente, ma in espansione.

Amnesty International ha rilevato evidenze a proposito della tortura e altri trattamenti disumani in 141 paesi e da ogni regione del mondo. Mentre in alcuni paesi Amnesty International ha solo documentato casi isolati ed eccezionali, in altri paesi la tortura è sistematica.

Questo accade in violazione delle Quattro Convenzioni di Genova, le quali stabiliscono che la tortura sia un crimine di guerra, e sono state firmate da ogni singolo Stato del mondo.

Dalle evidenze risulta che Nigeria, Marocco, Messico, Filippine Uzbekistan e Israele facciano sovente uso della tortura.

In Nigeria la polizia usa di routine la tortura per estorcere informazioni e “confessioni”, e per punire e stremare i prigionieri. In contravvenzione con la legge nazionale e internazionale, l’informazione ottenuta con la tortura o tramite metodi disumani è utilizzata come prova durante il processo.

In Marocco, il regno di re Hassan II (dal 1956 al 1999) è stato caratterizzato dalla repressione del dissenso politico, dalla scomparsa forzata di centinaia di individui, dalla detenzione arbitraria di migliaia di altri, e l’uso sistematico di tortura e altri maltrattamenti. Sebbene la situazione dei diritti umani sia notevolmente migliorata con l’ascesa al trono di Mohamed VI, Amnesty International continua a ricevere segnalazioni di torture e altri maltrattamenti da parte della polizia e della gendarmeria durante l’interrogatorio in custodia cautelare, e in misura minore in prigione o durante la detenzione in centri segreti. L’interrogatorio viene condotto in assenza dell’avvocato e questo espone il detenuto agli abusi. Il clima di impunità favorisce il verificarsi di questo fenomeno, pur essendo formalmente illegale ai sensi del diritto marocchino.

La tortura e altri maltrattamenti sono all’ordine del giorno in tutta l’Africa, un continente in cui più di 30 paesi, tra cui Angola, Chad, Gabon, Sierra leone, non la considerano neppure punibile secondo la legge. Solo 10 Stati in Africa hanno una legislazione nazionale che criminalizza questo atto, sebbene sia vietato espressamente dalla Carta Africana dei Diritti dell’Uomo.

Molti paesi della zona asiatica del Pacifico non stanno compiendo grandi passi in termini prevenzione della tortura, con Cina e Corea del Nord che sono i più zelanti responsabili di torture nella regione. La fustigazione è tutt’oggi consentita e le indagini sull’uso della tortura estremamente rare.

Le forze di polizia in Cina, Fiji, Indonesia, Malesia, Myanmar, Filippine, India, Pakistan e Sri Lanka torturano gli individui durante l’interrogatorio e la detenzione prima del processo, spesso costringendo i detenuti a “confessare” un crimine. Alcune volte sono anche torturati a morte.

Per quanto riguarda l’Europa e l’Asia Centrale, nel 2013-2014 Amnesty International ha documentato molti casi di abusi contro partecipanti alle proteste e attivisti dell’opposizione in Russia, Azerbaijan, e, più visibilmente, in Ucraina, in risposta alle dimostrazioni EuroMayden. Si stima che migliaia di persone siano rimaste ferite, e molte altre uccise dall’uso eccessivo della violenza da parte della polizia, che ha sparato ad un centinaio di persone.

In Medio Oriente e Nord Africa, la situazione sta lentamente migliorando, ma ci sono testimonianze ed evidenze che dimostrano l’uso della tortura in Israele, Iraq, Iran, Barhain, Kuwait, Oman, Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Libia, Siria, Afghanistan. L’Egitto, non da meno, oltre alle torture inflitte ai partecipanti alle proteste del 2011 come arma repressiva contro di essi, si è recentemente distinto in efferatezza per le sevizie e l’omicidio di Giulio Regeni.


Fonti:

https://www.amnesty.it/appelli/fermiamo-la-detenzione-la-tortura-rifugiati-migranti-libia/
https://www.amnesty.it/appelli/siria-nelle-carceri-la-tortura-e-allordine-del-giorno/
https://www.amnesty.org/en/latest/news/2021/08/afghanistan-taliban-responsible-for-brutal-massacre-of-hazara-men-new-investigation/
Bibliografia:

Tortura, storie dell’occupazione nazista e della guerra civile (1993-45), Mimmo Franzinelli, Mondadori, 2018, Milano

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