Rapporti tra mafia e massoneria: l’inchiesta parlamentare accende nuove luci

La massoneria in Italia è divisa in una serie di Obbedienze costituite in associazioni, totalmente lecite ai sensi del diritto italiano, ed è diffusa in molti Stati del mondo; essa è definita dai rituali muratori come “un peculiare sistema di morale velato da allegorie e illustrato da simboli” mentre il massone è identificato dagli stessi come “un uomo libero e di buoni costumi”. Gli ideali più antichi della massoneria risalirebbero all’antica costruzione del tempio di Salomone (988 a.C); essi sono stati ripresi in seguito dalle Corporazioni muratorie, degli scalpellini e dei carpentieri britannici nel periodo del basso Medioevo.

Nonostante la nobiltà dei principi , reputati indiscutibili, della tradizione che costituiscono lo spirito immutabile della Massoneria, volti alla creazione di una fratellanza universale che superi qualsiasi barriera etnica, religiosa, ideologica e politica, nonché alla cooperazione per il raggiungimento della via al perfezionamento delle più elevate condizioni di umanità, può accadere che gli uomini fingano di accostarsi a tali ideali e si introducano nell’associazione solo per il perseguimento dei propri torbidi scopi materiali, piuttosto che servire gli alti ideali designati dalle Costituzioni di Anderson (1723), le cui regole fondano la tradizione universale massonica.

Questi soggetti sono come la cancrena per un corpo sano: se non estirpata immediatamente, può necrotizzare e rendere putrido l’intero organismo fino a corromperne la natura stessa. Ergo, se una volta infiltratisi nei tessuti non vengono tagliati via, essi sono causa di corruzione e, in ultimo, di distruzione di quanto c’è di sano.

In relazione con tale problematica, la legge n. 87 del 19 luglio 2013 ha istituito, ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione ( secondo il quale ciascuna Camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse) la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, presieduta da Rosy Bindi. La Commissione si è riunita giovedì 21 dicembre 2017.

In tale ambito, la Commissione ha convenuto di avviare un filone di inchiesta dedicato ai rapporti tra mafia e massoneria.

L’esistenza di forme di infiltrazione delle organizzazioni criminali mafiose nelle associazioni a carattere massonico è infatti suggerita da una pluralità di risultanze dell’attività istruttoria della Commissione, derivanti dalle audizioni svolte, dalle missioni effettuate e dalle acquisizioni documentali, anche nelle precedenti legislature.

Il tema del rapporto tra mafia e massoneria affiora in modo ricorrente nelle inchieste giudiziarie degli ultimi decenni, con un’intensificazione nei tempi più recenti, sia in connessione con vicende criminali tipicamente mafiose, soprattutto in Sicilia e in Calabria, sia con vicende legate a fenomeni di condizionamento dell’azione dei pubblici poteri a sfondo di corruzione.

La Commissione si è concentrata sull’analisi del nuovo modo di agire delle mafie, prevalentemente attraverso modalità collusive e corruttive, meno violente ma inclusive di una pluralità di soggetti all’interno della gestione degli affari.

Di tali accordi corruttivi in cui sono presenti esponenti mafiosi si rinviene traccia ormai in tutte le indagini sui nuovi affari criminali, in cui confluiscono soggetti dell’impresa, della politica, dell’amministrazione e delle organizzazioni mafiose.

Su questa base, dal punto di vista privilegiato del proprio osservatorio istituzionale, la Commissione si è occupata dell’argomento delle infiltrazioni mafiose nella massoneria interloquendo con tutti i soggetti istituzionali coinvolti nella raccolta di utili elementi di conoscenza, soprattutto nel corso delle missioni territoriali in Sicilia e in Calabria.

L’argomento è emerso con particolare rilevanza in occasione della missione effettuata a Palermo e a Trapani ( nelle date 18, 19, 20 del luglio 2016), anche in relazione alla vicenda dell’appartenenza a logge massoniche di alcuni assessori del comune di Castelvetrano (TP), luogo di origine del capomafia latitante Matteo Messina Denaro.

La cittadina di Castelvetrano è al centro delle dinamiche mafiose della provincia di Trapani non solo quale luogo natale di Messina Denaro, ma soprattutto perché questi da sempre amministra cosa nostra trapanese attraverso una cerchia di stretti parenti e fidati amici lì residenti.

In particolare, era accaduto che, nel novembre 2014, uno dei consiglieri comunali di Castelvetrano, era stato in arresto per delitti di mafia. Nell’ambito dell’inchiesta era stata registrata una conversazione di costui che raccontava ad un altro consigliere comunale del suo legame con la famiglia di Messina Denaro, quando questi era latitante. Nel dicembre 2015 viene reintegrato a seguito della sua assoluzione in primo grado, determinando nel marzo 2016 le dimissioni di 28 consiglieri comunali su 30.

Qualche mese dopo, nell’estate del 2016, a trent’anni dalla scoperta a Trapani della loggia segreta “Iside 2” in cui, accanto a personaggi delle istituzioni sedevano i boss mafiosi di maggiore rilievo, si tornava a parlare di massoneria quale possibile luogo chiave, secondo alcune inchieste dalla Procura di trapani e di Palermo, per la composizione di interessi mafiosi, politici, imprenditoriali, compresi quelli riconducibili a Matteo Messina Denaro.

Poco più tardi, dalle indagini giungeva la definitiva ed eclatante conferma delle preoccupazioni della Commissione: risultava evidente e documentato che quello stesso Comune di Castelvetrano, popolato anche da numerosi appartenenti alle diverse logge massoniche, aveva subito l’infiltrazione mafiosa e veniva sciolto ai sensi dell’art. 143 TUEL.

Dopo l’esito della missione di Trapani, Stefano Bisi, gran maestro dell’associazione massonica denominata “Grande Oriente d’Italia” (GOI) chiedeva di essere udito per esporre la posizione della sua Obbedienza rispetto alla possibile permeabilità mafiosa. Secondo la Commissione, l’atteggiamento del gran maestro, lungi dall’apparire trasparente e collaborativo nel perseguimento dell’obiettivo di impedire l’inquinamento mafioso di lecite e storiche associazioni private, si rivelava di netta chiusura e di diffidenza verso l’Istituzione.

Da qui, trae origine la necessità da parte della Commissione di avviare gli opportuni approfondimenti, anche attraverso l’esercizio dei poteri di inchiesta parlamentare.

I fatti di Castelvetrano si uniscono alle risultanze delle coeve indagini dell’Autorità giudiziaria siciliana e calabrese. Si evidenziavano così recenti episodi di infiltrazione mafiosa nella massoneria e si attualizzavano gravi fatti similari del passato, lasciando suppore sia l’esistenza che la reiterazione nel tempo di infiltrazioni da parte di cosa nostra e della ‘ndrangheta nella massoneria, cui aderiscono, tra l’altro, esponenti della classe dirigente e dell’imprenditoria dell’Italia.

Dunque, la Commissione procede alle indagini per acquisire elementi conoscitivi sulla prassi delle Obbedienze, al fine di verificare se, ad una parte significativa della massoneria ufficiale, risultasse l’eventuale interesse della mafia nei suoi confronti.

Al pari di quanto accaduto con la prima audizione di Bisi, ciò che emergeva dalle altre audizioni era una posizione negazionista delle Obbedienze nei confronti del fenomeno.

Si ricavava anche l’unanime rifiuto, sempre apparso pretestuoso, di consegnare alla Commissione gli elenchi degli iscritti alle rispettive Obbedienze.

Tuttavia, per la proficua prosecuzione dell’inchiesta parlamentare, la Commissione riteneva indispensabile acquisire quegli elenchi. Pertanto, oltre alle sollecitazioni di consegna rivolte ai quattro gran maestri nel corso delle rispettive audizioni, rivelatesi vane, si procedeva anche a reiterare la richiesta per iscritto attraverso formali missive.

L’ennesimo rifiuto opposto con motivazioni manifestamente infondate, rapportato con le audizioni insoddisfacenti ed altri elementi di allarme desunti dalle indagini penali in corso, costituiva motivo ulteriore per ritenere necessaria l’acquisizione di quegli elenchi.

La Commissione parlamentare antimafia, nel giorno 1 marzo 2017, deliberava di acquisire gli atti di interesse presso le sedi centrali delle quattro Obbedienze, attraverso gli strumenti di perquisizione e sequestro disciplinati dagli articoli 247 e seguenti del codice di procedura penale. Il cospicuo materiale documentale e informatico permetteva, pur in assenza di collaborazione dei gran maestri, di osservare all’interno dei sistemi massonici alcuni meccanismi di facilitazione dell’ingresso delle mafie.

Sebbene non mancassero spunti per svolgere l’inchiesta sulle infiltrazioni delle mafie nella massoneria in tutte le regioni italiane, in quanto le articolazioni delle mafie su tutto il territorio nazionale sono ben evidenti, la Commissione riteneva opportuno circoscrivere l’ambito immediato di azione agli elenchi degli iscritti delle logge di Sicilia e Calabria.

L’interesse di cosa nostra, come di altre organizzazioni mafiose, a rapportarsi con ambienti della massoneria per avere l’opportunità di interferire sulle indagini giudiziarie a loro carico e di far ottenere particolari benefici a favore dei detenuti, costituisce un tema piuttosto ricorrente in diverse indagini.

Già nei primi anni Ottanta Gaspare Mutolo, collaboratore di giustizia, affermò che alcuni uomini d’onore potevano essere autorizzati ad entrare in massoneria per avere “strade aperte ad un certo livello” e per ottenere informazioni preziose. Riferiva, inoltre, che taluni iscritti alla massoneria erano stati utilizzati per influenzare i processi attraverso contatti con giudici massoni.

Le più recenti motivazioni della sentenza sull’omicidio Rostagno, pronunciata dalla Corte di Assise del Tribunale di Trapani nel 2015, descrivono uno scenario inquietante dei rapporti tra mafia e massoneria, lasciando intravedere i collegamenti alle più recenti vicende sui rapporti tra mafia e imprenditoria, centri di potere, amministrazioni locali e criminalità, anche verificatisi in altri territori del Paese.

La sentenza sopracitata confermava “la penetrazione di Cosa nostra nell’imprenditoria, nelle banche e negli apparati dello Stato, favorita dal crescente ruolo delle fratellanze massoniche”, con queste testuali parole.

Più complessi e apparentemente più strutturati appaiono i rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria.

Sempre da atti piuttosto recenti in relazione ad indagini svolte negli anni dal 2009 al 2011, diversi personaggi hanno dichiarato di essere stati contemporaneamente appartenenti ad Obbedienze massoniche e alla ‘ndrangheta, tanto da affermare enfaticamente che la massoneria aveva ormai soppiantato l’organizzazione criminale calabrese.

Le indagini svolte dalle autorità inquirenti calabresi illustrano un quadro di allarmante pericolosità, che sarebbe caratterizzato dalla presenza di un “mondo di mezzo”, crocevia degli interessi del mondo criminale, dell’imprenditoria e della politica, quasi a riecheggiare il modello emerso dall’indagine “mafia capitale”.

La Commissione parlamentare antimafia ha voluto ascoltare anche il racconto di due collaboratori di giustizia, uno siciliano, tale Francesco Campanella, e l’altro calabrese, tale Cosimo Virgilio, che avevano accennato il tema in sede giudiziaria delle fragilità del sistema massonico che consentono alle mafie di infiltrarsi.

Le dichiarazioni di Campanella confermano, inoltre, che l’appartenenza alla massoneria crea un vincolo esclusivo e permanente, che, come avviene in Cosa nostra, si dissolve solo con la morte. Stando a quanto detto anche coloro che per ragioni politiche o per via di traversie giudiziarie risultano depennati, rimangono in realtà fratelli affiliati alla loggia. Cosimo Virgilio ha confermato quanto detto da Campanella, ovverosia che il vincolo massonico è perpetuo.

Inoltre, dall’analisi sistematica delle risultanze acquisite dal materiale sequestrato, è stato possibile verificare una serie di elementi che comprovano la persistente infiltrazione della mafia nella massoneria. Dati che si pongono in perfetta continuità con quanto accertato prima d’ora, ma assumono una particolare valenza essendo tratti, non tanto da dichiarazioni di terzi, ma dalle vicende accertate direttamente nel mondo massonico in cui la Commissione, attraverso perquisizioni e sequestri degli elenchi degli iscritti e dei fascicoli delle logge, è riuscita a penetrare.

Fonte:

Fai clic per accedere a leg.17.bol0936.data20171221.com24.pdf

https://reporter.wrep.eu/certificate/c7ee85a4038e83d87cc62e8c5eb4823f

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