• L’Ucraina tra passato e presente: viaggio sulle orme della storia per spiegare i conflitti attuali

    All’alba del 24 febbraio 2022, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato un’operazione militare speciale nell’Ucraina orientale finalizzata ,a suo dire, a garantire la sicurezza dei cittadini ucraini di cultura russa residenti nelle zone del Donbass e della Crimea, nonché minacciando conseguenze mai viste prima qualora gli altri paesi decidessero di intervenire militarmente contro il gigante russo; la dichiarazione è stata immediatamente seguita da attacchi missilistici che hanno colpito località in tutta l’Ucraina, inclusa la capitale Kiev e i posti di frontiera ucraini con Russia e Bielorussia. Due ore dopo, le forze di terra russe sono entrate nel Paese. L’intervento armato è stato preceduto da un prolungato ammassamento militare russo iniziato nella primavera 2021, motivato dal presidente russo come azione legittima per scongiurare un’adesione dell’Ucraina alla NATO. Il presidente Putin ha affermato nel suo primo commento ufficiale dopo settimane di tensioni tra Mosca e Washington che, nelle loro risposte, Stati Uniti e alleati hanno «ignorato questioni fondamentali» sulle garanzie di sicurezza chieste dalla Russia.

    Pochi giorni prima dell’invasione, la Russia ha riconosciuto l’indipendenza della Repubblica Popolare del Doneck  e della  Repubblica Popolare di Lugansk , due stati autoproclamatisi autonomi nel 2014 nella regione del Donbass attraverso due referendum.

    Il 21 febbraio 2022, in violazione del Memorandum di Budapest del 1994, che avrebbe dovuto garantire la sicurezza dell’Ucraina, il presidente Putin ha inviato le proprie forze armate a presidiarne il territorio.

    Riassumendo, la crisi russo-ucraina è dunque uno scontro diplomatico-militare iniziato otto anni fa; esso s’incentra sullo status della Crimea ( la quale appartiene de iure all’Ucraina , ma dopo l’ingresso delle truppe russe nel 2014 la penisola è stata annessa dalla Federazione Russa a seguito del referendum del 16 marzo, con un’affluenza del 84,2%, in cui il 95,4% dei votanti ha votato per l’annessione alla Russia), sulle sorti della regione del Donbass e sulla “possibile” adesione dell’Ucraina alla NATO.

    Pur essendo diventata indipendente dal 1991, l’ex repubblica sovietica dell’Ucraina è sempre stata percepita dalla Russia come parte della propria sfera d’influenza.  Il timore maggiore per il governo russo era quello che l’Ucraina finisse a divenire parte della NATO, il che avrebbe posto una potenza “controllata” dagli Stati Uniti proprio ai suoi confini nazionali.

    Stando alle parole del presidente Putin, espresse in un discorso televisivo il 23 febbraio 2022 :<< Lo scopo di questa operazione è di proteggere le persone che, da otto anni sino ad ora, stanno subendo l’umiliazione ed il genocidio perpetrato dal regime di Kiev>>. Putin aggiunge che l’Ucraina stia prendendo di mira, e uccidendo, il popolo russofono in Ucraina orientale per annientare il fermento dei separatisti e togliere loro la possibilità di autodeterminarsi.

    Human Rights Watch nel gennaio 2022 ha espresso grande preoccupazione per gli effetti della disposizione adottata dal parlamento ucraino, entrata in vigore il 16 gennaio, prevista dall’articolo 25, che impone l’uso della lingua ucraina nella maggior parte degli aspetti della vita pubblica; una decisione che i sostenitori dicono rafforzerebbe l’identità nazionale, mentre gli oppositori sostengono discrimini i cittadini ucraini russofoni. Inoltre la nuova legge ha stabilito che il 90% dei contenuti televisivi e dei film debbano essere in ucraino, così come il 50% media stampati e dei libri. L’articolo 25, riguardo i media a stampa, fa eccezione per alcune lingue minoritarie ( per l’Inglese ed alcune lingue ufficiali d’Europa) ma non per il Russo.

    Le accuse di genocidio rivolte dal presidente Putin verso l’Ucraina sono state considerate dalle Potenze “occidentali” un pretesto per giustificare la sanguinosa invasione attuale ma i dati, concretamente, registrano che fin dall’inizio del conflitto, otto anni fa, più di 13.000 persone sono state uccise, inclusi più di 3.000 civili. Molti di più sono i feriti, con 1.5 milioni di sfollati.

    Inchieste indipendenti confermano che le forze separatiste filo-ucraine e filo-russe hanno commesso ‎violazioni dei diritti umani, che vanno dalla detenzione arbitraria alla tortura.‎

    ‎Gli ambasciatori russi ‎ hanno presentato un documento alle Nazioni Unite sostenendo che l’Ucraina stesse sterminando la popolazione civile nel Donbass. I rappresentanti russi hanno anche parlato di uccisioni di massa di russofoni in Ucraina orientale.‎

    ‎Certamente, non sarebbe una novità che i governi ed i leader utilizzino rivendicazioni di genocidio per fare minacce contro altri paesi, o per fornire una logica per l’intervento straniero; al contempo, mai e poi mai dobbiamo dimenticare la lunga storia di funzionari governativi che fanno discussioni sulla definizione di genocidio per negare cosa stia effettivamente accadendo. ‎

    ‎Uno degli esempi più noti è stata la negazione degli Stati Uniti che la violenza di massa in ‎Rwanda nel 1994 fosse un genocidio, sostenendo che non corrispondeva al “preciso significato legale” del termine. ‎

    Gli Stati Uniti temevano che se avessero chiamato la violenza “genocidio” sarebbero stati costretti a intervenire in Rwanda. ‎ Le milizie armate Interahamwe hanno sterminato selvaggiamente più di 800.000 Tutsi, assieme al popolo Hutu moderato che secondo gli Hutu radicali avrebbe “protetto gli scarafaggi”.

    ‎Oggi, i paesi continuano a negare che stiano commettendo quel che gli esperti considerano genocidio. ‎ La Cina ha negato di commettere un genocidio contro gli Uiguri, un gruppo etnico musulmano nella regione dello Xinjiang che continua a subire una serie di ‎abusi che vanno dalla detenzione, alla tortura, alla sterilizzazione forzata, fino allo sterminio a causa delle condizioni cui vengono sottoposti e delle violenze dirette. Diversi gruppi per i diritti umani hanno stimato che la Cina ha detenuto con la ‎forza più di 1 milione di Uiguri.

    Attenzione: il presente giornale non è allineato con nessuna fazione politica nazionale o sovranazionale, l’unico obiettivo è diffondere un’informazione puntuale, verificabile ma libera che non sia pregiudicata da operazioni di propaganda o manipolazione, chiunque ne sia il fautore. La nostra fede risiede in un tipo di giornalismo che non solo abbia il dovere di informare correttamente, ma anche di migliorare concretamente la condizione delle persone. Crediamo in un giornalismo che non solo coltivi le intelligenze, ma che pur anche muova le coscienze!

    <pre class="wp-block-syntaxhighlighter-code"><a href="https://reporter.wrep.eu/certificate/ea7997de61aaca1d6a2c9441efaba612">https://reporter.wrep.eu/certificate/ea7997de61aaca1d6a2c9441efaba612</a></pre>
    

  • Disoccupazione giovanile in Italia: un problema sistemico da non sottovalutare

    Facendo riferimento agli standard dell’Unione Europea, con il termine disoccupazione giovanile si intendono le persone di età compresa tra i 15 e i 24 anni.

    L’Italia mostra uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile tra i 35 paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE)

     Il tasso di disoccupazione giovanile italiana ha iniziato a crescere drammaticamente dalla crisi finanziaria del 2008 raggiungendo il suo picco del 42,67% nel 2014.

    Nel 2017, tra gli Stati membri dell’UE, il tasso di disoccupazione giovanile dell’Italia (35,1%) è stato superato solo da Spagna e Grecia

    Tra il 1994 e il 2000, la disoccupazione giovanile è stata in media del 33% .

     In alcune regioni d’Italia, in particolare nella regione meridionale della Calabria, il tasso di disoccupazione è tra i più alti in tutto il paese.

    A partire dal 2017, in Calabria è stato rilevato che il 55,6% della popolazione di età compresa tra i 15 ei 24 anni è disoccupata. 

    Al contrario, la statistica del 2017 per il più basso tasso di disoccupazione giovanile è stata registrata nella regione settentrionale d’Italia in Trentino-Alto Adige al 14,4%. 

    Nello stesso anno, quasi 1 giovane italiano su 5 era considerato nel gruppo dei disoccupati, non in cerca di lavoro e non iscritto a scuola. 

    Rispetto al rapporto con la Germania, i giovani italiani hanno una probabilità molto più alta di rimanere disoccupati (1,5 volte più probabile).

    I posti di lavoro per i giovani sono molto richiesti in Italia; per alcune posizioni bancarie ricevono 85.000 domande e accettano solo 30 candidati.  Per alcune posizioni ospedaliere italiane hanno ricevuto 7.000 domande e accettato solo 10 candidati. 

    Questi esempi di posizioni lavorative limitate sono rappresentativi delle condizioni quotidiane che i giovani italiani affrontano nella ricerca di un impiego.

    Oltre alla disoccupazione completa, i giovani italiani hanno anche alti livelli di sottoccupazione. Il numero di giovani di età compresa tra 15 e 24 anni che hanno un lavoro a tempo pieno è sceso da 1.597.000 nel 2000 a 676.000 nel 2015, mentre il numero di lavoratori part-time è aumentato da 172.000 a 237.000 persone.  Inoltre, l’83,7% dei giovani lavoratori part-time nel 2015 lo ha fatto involontariamente perché non riusciva a trovare un impiego a tempo pieno.

    Un’ampia letteratura ha evidenziato il ruolo cruciale svolto dalle istituzioni del mercato del lavoro per la disoccupazione (Nifo & Vecchione, 2014).

    Da un punto di vista teorico, le istituzioni del mercato del lavoro influenzano il comportamento dell’offerta di lavoro e della domanda di lavoro e influenzano ulteriormente le decisioni di fissazione di salari e assunzioni.

    Il generoso riflesso dei sistemi previdenziali e le norme altamente limitate di protezione dell’occupazione possono essere incolpate della persistenza complessiva e dell’entità della disoccupazione.

    Uno dei principali canali istituzionali utilizzati per influenzare la disoccupazione specifica per età è il sistema educativo (Hipp et al., 2015). La qualità detenuta dal sistema educativo è significativa per spiegare le differenze interculturali nella disoccupazione giovanile. È stato identificato dai ricercatori che un sistema educativo efficace deve essere utile per integrare i giovani in tutto il mercato del lavoro per ridurre la disoccupazione.

    Una delle cause principali della disoccupazione giovanile in Italia è il periodo di transizione tra scuola e lavoro. Il sistema educativo italiano non è in grado di trasferire gli studenti dallo studio all’acquisizione di esperienza lavorativa. 

     Una volta terminata l’istruzione, i giovani italiani sono senza esperienza nel mercato del lavoro. La loro inesperienza è dovuta all’insufficiente contatto tra l’istruzione secondaria in Italia e il mercato del lavoro, in particolare nel modo in cui i neolaureati mancano di formazione professionale poiché talvolta non dispongono di un’adeguata formazione ed esperienza lavorativa per l’occupazione post-laurea.

    Per effetto della crisi del 2008, sempre più giovani italiani hanno proseguito l’istruzione: questo aumento degli studenti ha comportato una maggiore concorrenza nella ricerca di un impiego tra i laureati. Molti, se non la maggior parte degli studenti che si sono diplomati all’istruzione secondaria in Italia erano sovraqualificati ( avevano un livello di abilità più alto di quello richiesto) per i posti di lavoro a loro disposizione, in particolare i lavori nel settore manifatturiero e dell’esportazione. Un risultato di questa situazione vista oggi è che molti dei giovani d’Italia sono limitati al lavoro temporaneo o alla disoccupazione.  

    Già prima del 2005, il periodo di tempo tra la laurea e il divario tra l’ottenimento di un impiego era di 51,3 mesi, che è molto più alto della media UE di 30 mesi. 

    L’alto tasso di disoccupazione incoraggia i giovani cittadini a lasciare il paese. Gli italiani qualificati che scelgono di emigrare nel Nord Europa sono in grado di guadagnare tra il 29% e il 48% in più rispetto ai loro omologhi che rimangono in Italia. 

    L’emigrazione giovanile di conseguenza comporta la perdita da parte del governo italiano dei suoi investimenti nell’istruzione e di una notevole quantità di forza lavoro giovane. 

    Nella maggior parte dei casi, i giovani disoccupati emigrano in altri paesi europei (principalmente Regno Unito e Germania) o negli Stati Uniti e in Australia. Nel 2016, oltre il 39% degli emigranti italiani aveva un’età compresa tra i 18 e i 34 anni. Inoltre, la percentuale di giovani emigrati italiani aumenta ogni anno a un ritmo costante. 

     Nel 2022 il tasso di disoccupazione in Italia scende all’8,8% nel complesso (-0,2 punti) e al 25,3% tra i giovani (-1,3 punti) ma la crescita dell’occupazione registrata nel confronto trimestrale si associa alla diminuzione del numero di persone in cerca di occupazione (-1,8%, pari a -41mila unità) e di quello degli inattivi.

    Fonti:

    “Ocse, l’Italia è il terzo posto peggiore per i giovani che cercano lavoro”.

    “Youth unemployment rate”

    “Youth unemployment rate in Europe (EU member states) as of August 2017”

    “Italy Unemployment Rate Falls in Boost for Populist Leaders”

    “Youth unemployment rate in Italy in 2017, by region”

    Lange, Marloes; et al. (2014). Youth Labour Market Integration Across Europe. European Societies.

    Squires, Nick (2017-07-03). “More than 80,000 Italians apply for just 30 bank jobs, as economy remains in doldrums

    “FTPT employment based on a common definition”OECD.Stat. Organisation for Economic Co-Operation and Development. Retrieved

    “Youth Unemployment in Italy at the Time of the New Great Depression

     “No Country for Young People? Youth Labour Market Problems in Europe”

    https://www.istat.it/it/archivio/266914#:~:text=Il%20tasso%20di%20disoccupazione%20scende,ha%20meno%20di%2050%20anni.

  • Ladinia, la terra delle cinque valli: storia dell’etnia e della lingua ladina dolomitica

    Il termine Ladinia è utilizzato per indicare le cinque valli dolomitiche di Badia, Gardena, Fassa, Fodóm e Ampezzo, situate in Trentino-Alto Adige, Sud-Tirolo e Veneto. Pur non rappresentando attualmente un’unità amministrativa, il termine è utilizzato come retaggio di eventi storici e sociali comuni. Entro l’area della Ladinia si sono svolti eventi storici hanno condotto ad una coesione etnica e ad una coscienza territoriale maggiore e precoce rispetto ad altre aree di parlata ladina. Tra i fattori principali possiamo annoverare in primis la lingua ladina (lingaz ladin dolomitan), che ha sempre distinto quest’area dai territori tirolesi circostanti; l’appartenenza comune alla Contea del Tirolo, che ha portato la popolazione ad identificarsi di conseguenza come tirolesi oltreché ladini e a fare proprio il concetto di Heimat (termine tedesco che indica la terra natia)  e riconoscerla nel Tirolo. In ultimo, l’inclusione di tutte e cinque le vallate per un periodo di diversi secoli nella diocesi di Bressanone, sia come amministrazione religiosa che politica (Principato vescovile di Bressanone). Furono infatti i vescovi di Bressanone, istituendo nel 1603 il decanato Cis et ultra montes, a dare la possibilità alle valli Badia, Fassa e Fodom di essere amministrate da sacerdoti di lingua ladina. In secondo luogo questo permise ai sacerdoti ladini di entrare in contatto lungo il loro ministero con i dialetti ladini delle diverse vallate(il dialetto badioto-marebbano, diffuso in Val Badia; il gardenese, diffuso in Val Gardena; il fassano, diffuso in Val di Fassa; l’ampezzano, parlato a Cortina d’Ampezzo; il Fodom , parlato nel Livinallongo e il cadorino diffuso nel Cadore e nel Comelico) .

    Furono proprio sacerdoti i primi a riconoscere la specificità delle diverse parlate ladine, sia tra di loro sia rispetto alla lingua italiana: ad esempio Jan Batista Julian (1808),  Micurà de Rü (1833), Antone Trebo (1835) e Ujep Antone Vian (1864).

    L’origine del ladino nella sua componente non latina non è tuttora chiara; se a essa sia associabile un popolo (come quello dei Reti) è tuttora da determinare. Un’ulteriore questione riguarda invece la composizione etnica dei Reti; se essi fossero un popolo ben definito o piuttosto un insieme eterogeneo di popoli. La scoperta nel Sebasteion di Afrodisia in Turchia di un’iscrizione che menziona chiaramente un ethnos dei Reti, assieme ad altri popoli alpini, suggerirebbe un loro riconoscimento come popolo.

    La romanizzazione dell’arco alpino centrale fu nelle sue prime battute lenta e graduale. L’elevazione della città di Trento a municipium fra il 50 e il 40 a.C. conferma che già nel corso del I secolo a.C. l’avanzata romana si era insinuata ben oltre Verona, ma il controllo del valichi alpini richiese un’invasione militare. Tra il 35 a.C e il 7 a.C le tribù alpine tentarono di impedire l’accesso ai romani dei valichi alpini delle Alpi Retiche, essenziali per il controllo militare ed economico sull’Europa Centro-Orientale (da mezzo secolo i romani avevano già il controllo delle Alpi Occidentali e dell’Europa Occidentale). Nell’anno 15 a.C nella zona altoatesina di confluenza tra l’Adige e l’Isarco (Piana dell’Isarco) ci fu una sanguinosa battaglia tra genti delle alpi e romani, guidati da Druso. Il Tropaeum Alpium del 7 a.C situato a Nizza presenta una dedica ad Augusto con l’elenco dei popoli vinti sette anni prima da Druso, tra cui figurano i Reti.

    Durante i primi decenni dell’impero le aree alpine presentano una struttura amministrativa romana, che favorisce l’apprendimento della lingua latina. Le zone Centro-Settentrionali e Orientali rimangono invece di lingua germanica, slava e greca.

    Gli abitanti parlavano varietà linguistiche pre-indoeuropee (alcune già toccate da influssi celtici) quando è iniziata la romanizzazione. Nel III secolo d.C la latinizzazione appare come un fenomeno conchiuso.

    Grazie alle importanti vie di comunicazione tracciate nel territorio, la popolazione di lingua latina assorbì nella propria parlata elementi celtici come pure elementi di lingua retica, facente parte del gruppo non indeuropeo delle lingue tirreniche.

    Tali popoli, parlanti una forma ormai non più pura del latino, erano indicati dalle popolazioni di lingua tedesca, in seguito alla penetrazione di questi durante le invasioni barbariche, come Welsch (opponendoli a se stessi e ai Windisch, gli Slavi) ; mentre essi stessi si definivano latini (da cui il termine dialettale ladin). Il termine si diffuse a partire dal XVIII secolo anche negli ambienti tedeschi (Ladinisch) per designare le popolazioni in via di germanizzazione soggette al Tirolo.

    Il primo a studiare scientificamente tale insieme linguistico fu Graziadio Isaia Ascoli, il quale lo suddivise in tre categorie: le parlate grigionesi della Svizzera (circa 50.000 parlanti), le parlate dell’area Ladina Centrale ( circa 40.000 parlanti) e le parlate friulane ( circa 700.000 parlanti). Nessuno di questi 790.000 parlanti è oggi monoglottico: solitamente l’italiano ed il tedesco si accompagnano alla conoscenza del ladino. Nonostante non esista omogeneità linguistica come punto di arrivo, la condivisione di tratti dà modo di considerare queste tre aree un insieme geolinguistico a sé.

    L’assenza di una documentazione scritta antecedente il XVII secolo è dovuta alla carenza di ambienti di formazione linguistico-culturale, mentre nel 1600 fiorirono le arti figurative poiché venivano apprese nelle assai diffuse botteghe artigiane. Il documento scritto più antico che testimonia l’uso del ladino sellano è un proclama d’ordinanza del 1631 e si presenta in dialetto livinallese-badiotto, mentre il primo ad utilizzare il dialetto gardenese in ambito letterario fu il sacerdote Johann Angelus Perathoner, pubblicando la sua opera ‘Nsegnament per la Soventù di 107 versi nel 1869. Altri importanti nomi della letteratura ladina sono Mathias Ploner, Jagmati Declara, Giosef Brunel, Angelo Trebo, Max Tosi, Frida Piazza, Leo Runggaldier, Luciano Jellici, Josef Kostner e Marco Forni.

    La lingua ladina è riconosciuta come lingua minoritaria in 51 comuni del Trentino-Alto Adige e del Veneto. L’area ufficialmente ladina conta circa 92.000 abitanti, ma non è possibile indicare con esattezza il numero dei parlanti la lingua ladina, dal momento che solo in Trentino-Alto Adige è prevista la dichiarazione di appartenenza linguistica in occasione del censimento decennale della popolazione. Solo in provincia di Bolzano il censimento rileva ai fini della proporzionale etnica.

    In provincia di Bolzano (Balsan/Bulsan) il ladino è lingua ufficialmente riconosciuta e la minoranza ladina viene tutelata con diverse norme riguardanti tra l’altro l’insegnamento nelle scuole pubbliche e la facoltà di usare il ladino nei rapporti orali e scritti con gli uffici della pubblica amministrazione, con esclusione delle forze armate e le forze di polizia. Infatti nelle scuole delle località ladine dell’Alto Adige la lingua ladina è lingua d’insegnamento assieme al tedesco e italiano. Per garantirne la rappresentanza politica, ai ladini è riservato un seggio in consiglio provinciale. La lingua e cultura ladina in ambito altoatesino vengono curate dall’istituto ladino Micurà de Rü con sede centrale a San Martino in Badia e distaccata a Selva di Val Gardena. Inoltre la facoltà di scienze della formazione della Libera università di Bolzano possiede anche una sezione di lingua ladina con sede a Bressanone.

    In base all’articolo 102 dello Statuto d’autonomia del Trentino-Alto Adige la lingua e la cultura ladina sono tutelate anche nella provincia di Trento (Trent). Per garantirne la rappresentanza politica, anche ai ladini trentini è riservato un seggio in consiglio provinciale. La lingua e cultura ladina in Trentino vengono curate dall’Istituto Culturale Ladino Majon di Fascegn a Vigo di Fassa.

    Recentemente anche in Provincia di Belluno (Belun), grazie alla normativa sulle minoranze linguistiche storiche (legge 482/1999), sono stati riconosciuti ladini i comuni del Cadore, del Comelico, dell’Agordino, della Valle del Biois, dell’alta val Cordevole e della Val di Zoldo. Una efficace tutela delle minoranze linguistiche in provincia di Belluno da parte delle istituzioni è tuttavia ancora mancante. L’insegnamento nelle scuole ed un seggio di rappresentanza in consiglio regionale sarebbero possibili misure a tutela della lingua e cultura ladina.

    Per quanto riguarda i mass media più importanti in lingua ladina, la sede di Bolzano produce, sotto il marchio Rai Ladinia, programmi radiotelevisivi in lingua ladina, dedicati a tutto il territorio culturale. La Union Generela di Ladins dla Dolomites pubblica il settimanale “La Usc di Ladins“, che contiene articoli in diversi dialetti ladini.

    Altri elementi culturali ladini sono la bandiera tricolore blu, bianca e verde, i cui colori rappresentano l’ecosistema della Ladinia (cielo, neve e boschi).

    L’inno ufficiale è chiamato Bel lingaz (bella lingua) ma una delle canzoni più rappresentative dell’identità ladina, paragonabile ad un inno nazionale, è tratta dalla poesia di Leo Runggaldier da Furdenan denominata Gherdëina, Gherdëinae scritta nel il 25 novembre 1940, in un momento di disperazione per se stesso e per le sorti della ladinità, mentre rischiava di essere deportato dai nazisti nel campo di concentramento di Dachau per non aver optato durante il periodo delle Opzioni in Alto Adige; esse furono il sistema scelto nel 1939, previo accordo tra Italia e Germania, per risolvere il contenzioso sull’Alto Adige e sulle altre isole linguistiche tedesche e ladine presenti in Italia. Alla popolazione di lingua tedesca, ladina, mochena e cimbra fu chiesto di scegliere se diventare cittadini tedeschi e conseguentemente trasferirsi nei territori del Terzo Reich o se rimanere cittadini italiani, integrandosi nella cultura italiana e rinunciando ad essere riconosciuti come minoranza linguistica.

    .Gherdëina, Gherdëina, Gardena, Gardena
    d’or stiza ti monc, d’oro sfavillano i tuoi monti
    y luna y luna e splendono e splendono
    da un al auter dalonc. l’uno dall’altro lontani

    Gherdëina, Gherdëina, Gardena, Gardena
    granda de dut l bën, grande di tutto il bene
    ududa, uluda da ammirata, voluta da
    nëus drë nsci gën. noi così tanto volentieri

    Gherdëina, Gherdëina, Gardena, Gardena
    dl’oma si rujené della mamma sei la lingua
    rejona, rejona, parla, parla
    y no te l desmincë. e non te la dimenticare

    (Traduzione letterale di Vittoria Gabrielli)

    Fonti:

    Introduzione alla lingua, alla letteratura e alla linguistica ladina sellana, Paolo di Giovine (2021-2022)

     Storia di ladins

    https://www.micura.it/it/incontro/cultura-ladina/origini-del-ladino

    Storia della lingua in Union Generela di Ladins dla Dolomites

     SECOND REPORT SUBMITTED BY ITALY PURSUANT TO ARTICLE 25, PARAGRAPH 2 OF THE FRAMEWORK CONVENTION FOR THE PROTECTION OF NATIONAL MINORITIES (received on 14 May 2004), APPROPRIATELY IDENTIFIED TERRITORIAL AREAS Decisions adopted by provincial councils

  • Perversioni sessuali: qual è il confine tra erotismo e psicopatologia

    “Gli attori e le attrici che hanno dedicato la loro vita facendo questo film non sono mai più stati visti o sentiti da allora”. Copertina di uno Snuff Movie,  una tipologia di video che riprendono torture realmente messe in pratica durante la realizzazione del filmato, e culminanti con la morte della vittima.

    Le perversioni sessuali, definite in ambito medico-scientifico col termine parafilie, consistono nell’esperienza di intensa stimolazione sessuale dovuta a oggetti, situazioni, fantasie, comportamenti o individui atipici.

    Non esiste un consenso scientifico univoco per un preciso confine tra interessi sessuali inusuali e perversioni. C’è dibattito su quali, e se, le perversioni sessuali dovrebbero essere inserite nei manuali diagnostici dei disturbi mentali.

    Le cause delle perversioni sessuali sono ancora sconosciute, ma alcune ricerche evidenziano una possibile correlazione con il neurosviluppo in fase prenatale. Uno studio del 2008 analizzando le fantasie sessuali di 200 uomini eterosessuali, usando come esame il Wilson Sex Fantasy Questionnaire, ha rivelato che gli uomini con un più intenso livello di feticismo hanno un numero maggiore di fratelli maschi maggiori d’età, un indice più corto del dito anulare della mano (risultante in un rapporto 2D:4D, che indicherebbe un’eccessiva esposizione prenatale agli androgeni ), nonché una maggiore probabilità di essere mancini, suggerendo che una lateralizzazione emisferica disturbata del cervello potrebbe giocare un ruolo importante nel caso delle perversioni sessuali.

    ‎Il neurologo Albert Eulenburg‎‎ nel 1914 notò una comunanza tra le parafilie: “Tutte le forme di perversione sessuale hanno una cosa in comune: le loro radici discendono dalla matrice della vita sessuale naturale e normale; lì sono in qualche modo strettamente connessi con i sentimenti e le espressioni del nostro erotismo fisiologico. Sono intensificazioni iperboliche, distorsioni, frutti mostruosi di alcune espressioni parziali e secondarie di questo erotismo che è considerato ‘normale’ o almeno entro i limiti di un sano sentimento sessuale. ‎”

    ‎La letteratura clinica contiene rapporti di molte parafilie, solo alcune delle quali ricevono il proprio spazio nelle tassonomie diagnostiche ‎‎dell’American Psychiatric Association‎‎ o ‎‎dell’Organizzazione Mondiale della Sanità‎‎. ‎

    C’è disaccordo su quali interessi sessuali dovrebbero essere considerati disturbi parafilici rispetto alle normali varianti di interesse sessuale. Ad esempio, a partire dal maggio 2000, secondo ‎‎DSM-IV-TR‎‎, “Poiché alcuni casi di sadismo sessuale non possono comportare danni a una vittima (ad esempio, infliggere umiliazioni a un partner consenziente), la formulazione per il sadismo sessuale comporta un ibrido della formulazione ‎‎DSM-III-R‎‎ e ‎‎DSM-IV‎‎ (cioè, “la persona ha agito su questi impulsi con una persona non consenziente, o gli impulsi, fantasie o comportamenti sessuali causano marcata angoscia o difficoltà interpersonale”)”. ‎

    ‎Il DSM-IV-TR riconosce anche che la diagnosi e la classificazione delle parafilie tra culture o religioni “è complicata dal fatto che ciò che è considerato deviante in un ambiente culturale può essere più accettabile in un altro contesto“. ‎ Alcuni sostengono che ‎‎il relativismo culturale‎‎ è importante da considerare quando si discute di parafilie, perché c’è un’ampia varianza riguardo a ciò che è sessualmente accettabile tra le culture. ‎

    I medici distinguono tra parafilie opzionali, preferite ed esclusive,‎ anche se la terminologia non è completamente standardizzata. Una parafilia “opzionale” è una via alternativa all’eccitazione sessuale. Nelle parafilie preferite, una persona preferisce la parafilia alle ‎‎attività sessuali convenzionali‎‎, ma si impegna anche in attività sessuali convenzionali. ‎

    ‎La letteratura include studi a singolo caso di parafilie molto rare e idiosincratiche. Questi includono un maschio adolescente che aveva un forte interesse feticistico per i tubi di scarico delle auto, un giovane con un interesse simile per un tipo specifico di auto e un uomo che aveva un interesse parafilico negli starnuti (sia il suo che lo starnuto degli altri).‎

    ‎Il DSM-IV-TR descrive le parafilie come “fantasie ricorrenti e intense che suscitano impulsi sessuali o comportamenti che generalmente coinvolgono oggetti non umani, la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del proprio partner, o bambini o altre persone non consenzienti che si verificano per un periodo di sei mesi” (criterio A), che “causano disagio o menomazione clinicamente significativi in aree sociali, occupazionali o altre importanti aree di funzionamento” (criterio B). DSM-IV-TR nomina otto disturbi parafilici specifici (‎‎esibizionismo‎‎, ‎‎feticismo‎‎, ‎‎frotteurismo‎‎, ‎‎pedofilia‎‎, ‎‎masochismo sessuale‎‎, ‎‎sadismo sessuale‎‎, ‎‎voyeurismo‎‎ e ‎‎travestitismo‎‎, più una categoria residua denominata ‎‎parafilia, non altrimenti specificata). ‎ Il criterio B differisce per l’esibizionismo, il frotteurismo, la pedofilia e per il sadismo.

    ‎Alcune perversioni possono interferire con la capacità di attività sessuale con partner adulti consenzienti. ‎

    ‎Nella versione attuale del ‎‎Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali‎‎ (DSM-IV-TR), una parafilia non è diagnosticabile come ‎‎disturbo psichiatrico‎‎ a meno che non causi disagio all’individuo o danno ad altri. ‎

    ‎Il ‎‎DSM-5‎‎ aggiunge una distinzione tra‎parafilie‎ e ‎‎disturbi parafilici‎, affermando che le parafilie non richiedono o giustificano il trattamento psichiatrico in sé, e definendo il ‎‎disturbo parafilico‎‎ come “una parafilia che sta attualmente causando angoscia o menomazione all’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha comportato danni personali, o rischio di danno, agli altri”. ‎

    In questa concezione, avere una parafilia sarebbe una condizione necessaria ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico. La pagina ‘Rationale’ di qualsiasi parafilia nella bozza elettronica del DSM-5 continua: “Questo approccio lascia intatta la distinzione tra comportamento sessuale normativo e non normativo, che potrebbe essere importante per i ricercatori, ma senza etichettare automaticamente il comportamento sessuale non normativo come psicopatologico. Elimina anche alcune assurdità logiche nel DSM-IV-TR. In quella versione, per esempio, un uomo non può essere classificato come un travestito, per quanto si travesta e per quanto sessualmente eccitante sia per lui, a meno che non sia infelice di questa attività o compromesso da essa. Questo cambiamento di punto di vista si rifletterebbe nei criteri diagnostici stabiliti dall’aggiunta della parola “Disturbo” a tutte le parafilie. Così, il sadismo sessuale diventerebbe ‎‎disturbo del sadismo sessuale‎‎; Il masochismo ‎‎sessuale diventerebbe disturbo del masochismo sessuale‎‎ e così via. ‎

    ‎Il fisico Charles Allen Moser‎‎ ha affermato che questo cambiamento non è realmente sostanziale, in quanto il DSM-IV ha già riconosciuto una differenza tra parafilie e interessi sessuali non patologici ma insoliti, una distinzione che è praticamente identica a quella proposta per il DSM-5, ed è una distinzione che, in pratica, è stata spesso ignorata. ‎

    Il linguista Andrew Clinton Hinderliter ha sostenuto che “includere alcuni interessi sessuali, ma non altri, nel DSM crea un’asimmetria fondamentale e comunica un giudizio di valore negativo contro gli interessi sessuali inclusi”, e lascia le parafilie in una situazione simile ‎‎all’omosessualità ego-distonica‎‎, che è stata rimossa dal DSM perché non era più riconosciuta come un disturbo mentale. ‎

    ‎La maggior parte dei medici e dei ricercatori ritiene che gli interessi sessuali parafilici non possano essere alterati,‎‎‎‎ anche se sono necessarie prove a sostegno di ciò. ‎ Invece, l’obiettivo della terapia è normalmente quello di ridurre il disagio della persona con la sua parafilia e limitare qualsiasi comportamento criminale. ‎ A tal fine sono disponibili sia metodi ‎‎psicoterapeutici‎‎ che farmacologici. ‎

    La ricerca ha dimostrato che le parafilie sono raramente presenti nelle donne. ‎Tuttavia, ci sono stati alcuni studi su donne con parafilie: il masochismo sessuale è risultato essere la parafilia più comunemente osservata nelle donne, con circa 1 caso su 20 di masochismo sessuale femminile. ‎

    Molti riconoscono la scarsità di ricerche sulle parafilie femminili. ‎La maggior parte degli studi sulla parafilia sono condotti su persone che sono state condannate per ‎‎crimini sessuali‎‎; poiché il numero di uomini condannati per reati sessuali supera di gran lunga il numero di donne condannate per reati sessuali, la ricerca sul comportamento parafilico nelle donne è di conseguenza carente. ‎ Alcuni ricercatori sostengono che esiste una sottorappresentazione per quanto riguarda la pedofilia nelle donne. ‎A causa del basso numero di donne negli studi sulla pedofilia, la maggior parte degli studi si basa su “campioni esclusivamente maschili”. ‎Questa probabile sottorappresentazione può anche essere attribuibile a una “tendenza sociale a respingere l’impatto negativo delle relazioni sessuali tra giovani ragazzi e donne adulte”. ‎

    ‎‎La psicologa Michele Elliott‎‎ ha fatto ricerche approfondite sugli abusi sessuali sui minori commessi da donne, pubblicando il libro‎”Female Sexual Abuse of Children: The Last Taboo”‎nel tentativo di sfidare il discorso di genere che circonda i crimini sessuali. ‎

    Il dottor John Hunsley afferma che i limiti fisiologici nello studio della ‎‎sessualità femminile‎‎ devono essere riconosciuti anche quando si considera la ricerca sulle parafilie. Afferma che mentre l’eccitazione sessuale di un uomo può essere misurata direttamente dalla sua erezione (vedi ‎‎pletismografo del pene‎‎), l’eccitazione sessuale di una donna non può essere misurata così chiaramente (vedi ‎‎fotopletismografo vaginale‎‎), e quindi la ricerca riguardante la sessualità femminile è raramente conclusiva come la ricerca sugli uomini.

    Fonti:

    “From Libidines nefandæ to sexual perversions

    Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders-IV (Text Revision)

    Quazi, Rahman; Symeonides, Deano J. (February 2007). “Neurodevelopmental Correlates of Paraphilic Sexual Interests in Men”. Archives of Sexual Behavior.

    Nolen-Hoeksema, Susan (2013). Abnormal Psychology

    Eulenburg (1914). Ueber sexualle Perversionen. Ztschr. f. Sexualwissenschaft, Vol. I, No. 8. translated in Stekel, Wilhelm. (1940). Sexual aberrations: The phenomena of fetishism in relation to sex. New York: Liveright, p. 4. OCLC 795528

    World Health Organization, International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems, (2007), Chapter V, Block F65; Disorders of sexual preference.

    Bhugra, Dinesh; Popelyuk, Dmitri; McMullen, Isabel (30 March 2010). “Paraphilias Across Cultures: Contexts and Controversies”. Journal of Sex Research.

    Hinderliter, Andrew Clinton (2010). “Defining paraphilia: excluding exclusion”

    American Psychiatric Association (1994). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: Fourth Edition (IV ed.)

    American Psychiatric Association (2013), Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: Fifth Edition (5th ed.)

    Duncan, Karen A. (2010), Female Sexual Predators: Understanding Them to Protect Our Children and Youths, Santa Barbara

    Lisa J. Cohen, PhD & Igor Galynker, MD, PhD (8 June 2009). “Psychopathology and Personality Traits of Pedophiles”

    Elliott, Michele (1994), Female Sexual Abuse of Children: The Last Taboo, New York: Guilford Publications, Inc.

    Hunsley, John (2008), A Guide to Assessments That Work, New York: Oxford University Press, pp. 496–497

  • Proteggersi dall’invidia degli altri: come riconoscere ed evitare gli invidiosi

    L’invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato.” CARLOS RUIZ ZAFON, Il gioco dell’angelo (Milano, Mondadori 2008).

    Attraverso le parole, assai eloquenti, di questo autore possiamo dare una prima definizione di cosa sia l’emozione dell’invidia, la quale si manifesta quando un individuo difetta di qualità, possessi o successi e desidera che anche alle altre persone manchino, al fine di avvertire meno la propria mediocrità. Un altro autore celeberrimo, Aristotele, ha definito l’invidia come il dolore alla vista della buona fortuna altrui ed il dolore di sapere che altri hanno quel che vorremmo avere.

    Alcune lingue, come il tedesco, distinguono un’invidia benigna ed un’invidia maliziosa, puntualizzando che ci sono due sottotipi di invidia.

    Le ricerche mostrano che l’invidia maliziosa è un’emozione disturbante che conduce la persona invidiosa a voler buttare giù chi è migliore di sé, mentre l’invidia benigna, pur essendo fonte di disagio, porta all’emulazione, all’ammirazione e fornisce motivazioni per migliorarsi: dunque sentimenti positivi verso l’altro, cercando di innalzarsi al suo livello piuttosto che svalutare, sabotare e cercare di sminuire come avviene invece nel caso dell’invidia maliziosa, volta non al raggiungimento del proprio successo ma al vile sabotaggio del successo altrui.

    Per queste motivazioni l’invidia influenza negativamente i rapporti umani; spesso l’invidioso, prendendo di mira l’oggetto della sua invidia, criticandolo e provocandolo, esacerba le relazioni. L’obiettivo dell’invidioso, provocando, è quello di ottenere una reazione dall’invidiato che lo squalifichi agli occhi degli altri. La miglior riposta è ignorare e ostracizzare questi soggetti, vivere come se non esistessero e comportarsi conseguentemente: più li terrete vicini, più avranno possibilità di danneggiarvi. Inutile dare spazio a chi, dinanzi al vostro successo, cerca soltanto l’aspetto negativo, la défaillance, tentando di minare la vostra autostima: dalle osservazioni di un mediocre non guadagnerete nulla, eccetto un reflusso di bile.

    Bisogna precisare che l’invidia può colpire a qualsiasi età: frequente nei bambini e negli adolescenti, lo è altrettanto negli adulti, che però generalmente sono più abili a nascondere le emozioni. Non importa l’età né la cultura, poiché si tratta di un’emozione universale. Non è importante neppure lo status sociale, poiché l’invidioso pur avendo una posizione lavorativa soddisfacente, ben retribuita e socialmente gratificante troverà sempre, per sua costituzionale viltà, qualcosa da invidiare e da criticare negli altri. Che sia per attributi fisici, intellettivi o materiali, l’invidioso ha sempre un buon motivo per squalificare gli altri: sentirsi migliore di loro. Non cadete nella trappola di voler cercare di dimostrare il vostro valore all’invidioso: sa già benissimo che è inferiore a voi, è in ragione di questo che vi provoca, perciò non perdete tempo. Le perle date ai porci sono sprecate, conservatele per chi sa educare il proprio animo ai sentimenti benevoli, poiché è da costoro che potrebbe arrivare il giusto consiglio o il supporto che vi serve per sentirvi stimati ed amati.

    Specialmente nell’età dell’adolescenza, l’autostima è molto fragile e facilmente impattata dai commenti negativi che possono trasmettere un senso di inadeguatezza, con tutti gli effetti nocivi che comporta. Negli adulti, solitamente, c’è una maggiore consapevolezza di sé ed una più acuta capacità di analisi che porta ad individuare più facilmente l’invidioso e le sue strategie: perciò si genera una disistima dell’invidioso, non di se stessi.

    A livello di scienza religiosa, nell’Islam si distinguono due tipi di “invidia”: l’Hasad, un’impurità del cuore che conduce alla distruzione delle buone opere altrui, e la Ghibta, che consiste nel desiderare per se stessi le benedizioni che qualcun altro possiede, senza volere che siano sottratte all’altra persona. Questa seconda forma di invidia benigna è considerata permissibile, purché porti il soggetto a migliorarsi, senza mai volere il peggioramento delle condizioni altrui o l’insuccesso altrui. Ad ogni modo, Muhammad il Messaggero d’Iddio (ﷺ) ha detto: <<Non invidiatevi l’un l’altro, non odiatevi l’un l’altro, non ostacolatevi l’un l’altro, non interrompete le relazioni, piuttosto siate servi d’Iddio e fratelli. ‎Non è permesso a un musulmano dissociarsi da suo fratello per più di tre giorni, in modo tale che si incontrino e l’uno ignori l’altro, e il migliore di loro è colui che inizia il salaam.>> Sahih al-Bukhari [Eng. Trans. 8/58 n. 91], Sahih Muslim [Eng. Trans. 4/1360 n. 6205.

    Dunque, servire la causa d’Iddio significa anche tenersi lontani da emozioni disgiuntive come l’invidia, mantenere buoni rapporti con i fratelli nella fede, inclinando il proprio spirito al perdono qualora un credente di buon animo commetta un errore e ne sia rammaricato.

    Fonti:

    “The Painful Duality of Envy: Evidence for an Integrative Theory and a Meta-Analysis on the Relation of Envy and Schadenfreude”Journal of Personality and Social Psychology

  • Sfruttamento della prostituzione minorile: un fenomeno in aumento nel mondo

    Immagine tratta da https://englishdocs.eu/child-prostitution/

    Più di dieci milioni di bambini in tutto il mondo sono coinvolti nel traffico della prostituzione. La pratica è diffusa specialmente in Sud America e in Asia, ma il fenomeno è presente universalmente, nei paesi più sviluppati come in quelli meno sviluppati: attualmente è in aumento in Nord America, Africa ed Europa. La maggior parte delle persone coinvolte sono bambine, sebbene ci sia un aumento del numero dei giovani ragazzi coinvolti nel traffico.

    Molte sono le definizioni proposte per indicare la prostituzione dei bambini. Le Nazioni Unite la definiscono come “l’atto di intraprendere o usufruire delle prestazioni sessuali di un bambino in cambio di soldi o di altro compenso con quella persona o qualsiasi altra persona”. La Convenzione per i Diritti dei Bambini (1989) e il Protocollo Opzionale per il Commercio di bambini, la Prostituzione Minorile e la Pornografia minorile (2000) definiscono tale pratica come “l’atto di ottenere, procurare o offrire le prestazioni di un bambino o indurre un bambino a compiere atti sessuali per qualsiasi forma di compenso o pagamento”. Entrambi enfatizzano che il bambino è vittima di sfruttamento, anche se è stato dato apparente consenso.

    La Convenzione per le Peggiori Forme di Lavoro Minorile (1999) dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) la descrive come “l’utilizzo, il procurarsi o l’offrire un bambino per la prostituzione”. Secondo la stessa Organizzazione la prostituzione e la pornografia sono le principali forme di sfruttamento sessuale dei bambini. Altre forme di sfruttamento commerciale vedono i bambini impiegati in matrimoni forzati e combinati, lavoro domestico e traffico umano (il quale può configurarsi come traffico di sesso, traffico di organi e altre forme come lo sfruttamento dell’accattonaggio).

    Nonostante vi siano strumenti legali internazionali come quelli sopracitati, essi risultano già parzialmente desueti in un mondo in cui lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione e informazione (ITC) ed i social media aprono nuove opportunità per gli sfruttatori di offrire le prestazioni dei bambini online, sia tramite live video streaming che creando reti di contatti diffondendo il materiale attraverso il darknet, sicché ai luoghi tradizionali come bordelli, bar, hotel, case private e pubbliche vie si aggiungono nuovi luoghi virtuali del crimine. I minori ‎possono anche essere attirati attraverso Internet; molti bambini vittime del ‎‎traffico di cybersex vengono rapiti e poi costretti a compiere atti sessuali, sono violentati davanti a una webcam su live streaming e ‎‎commercializzati‎‎.‎ ‎Inoltre i clienti utilizzano criptovalute‎‎ e altre tecnologie digitali per nascondere le loro identità. ‎

    Molte delle vittime sono vendute dai genitori, alcune fuggite da casa, mentre altre ancora sono bambini senza tetto. Maggiore è la vulnerabilità sociale ( legata alla povertà, all’abbandono, alla criminalità) e più crescono le possibilità di divenire vittime del fenomeno. Tanti credono che la maggior parte dello sfruttamento della prostituzione minorile avvenga nel Sud Est Asiatico e che i clienti siano principalmente turisti occidentali, ma la sociologa Louise Brown sostiene che, sebbene gli occidentali contribuiscano alla crescita del fenomeno, la maggior parte dei clienti siano asiatici del posto.

    La Thailandia risulta essere uno dei paesi dove il fenomeno è più dirompente, cui segue il Brasile con livelli preoccupanti di sfruttamento della prostituzione minorile. In India più di un milione di bambini incorrono in questa sorte. In Nepal 200.000 bambini sono vittime del fenomeno: ‎‎Derrick Jensen‎‎ riferisce che le vittime del traffico sessuale femminile dal Nepal sono “‘violate attraverso un processo di stupri e percosse, e poi affittate fino a trentacinque volte a notte per uno o due dollari per uomo”. ‎Un altro esempio riguardava per lo più ragazzi nepalesi che venivano attirati in India e venduti ai bordelli di Mumbai, Hyderabad, Nuova Delhi, Lucknow e Gorakhpur. Una vittima ha lasciato il Nepal all’età di 14 anni ed è stata venduta come schiava, rinchiusa, picchiata, affamata e circoncisa con la forza. Ha riferito di essere stato tenuto in un bordello con altri 40-50 ragazzi, molti dei quali sono stati castrati, prima di fuggire e tornare in Nepal. ‎ In Indonesia si stima che il 30% delle prostitute sia minorenne ed in Malesia il fenomeno coinvolge circa 142,000 bambini e se ne stimano solo poche migliaia di meno a Taiwan . In Zambia si registrano numeri preoccupanti, con una stima di 70.000 minori coinvolti. Seguono Colombia, Cambogia, Repubblica Dominicana, Sri Lanka e Messico con una stima di circa 30.000 bambini impiegati nel traffico nei rispettivi paesi; 10.000 soltanto per le strade di Bogotà. Il Bangladesh presenta cifre simili, è stato per di più riscontrato che il 90% delle prostitute nei bordelli legali fa uso di Oradexon, uno steroide che gli allevatori usano per far ingrassare il bestiame e che può causare diabete, ipertensione e talvolta essere letale.

    ‎Secondo ‎‎Humanium‎‎, una ONG che combatte lo sfruttamento della prostituzione minorile, la pratica provoca lesioni come “lacerazione vaginale, postumi fisici da tortura, dolore, infezione o gravidanza indesiderata”. ‎Poiché i clienti raramente prendono precauzioni contro la diffusione ‎‎dell’HIV‎‎,‎ i bambini affrontano un alto rischio di contrarre la malattia e la maggior parte di loro, soprattutto in determinate località, lo contrae. Anche altre malattie sessualmente ‎‎trasmissibili‎‎ rappresentano una minaccia, come la sifilide e ‎‎l’herpes‎‎. Alti livelli di ‎‎tubercolosi‎‎ sono stati altresì rilevati ‎. Queste malattie sono spesso fatali. ‎

    ‎I bambini impiegati nella prostituzione spesso affrontano traumi psicologici, tra cui ‎‎depressione‎‎ e ‎‎disturbo da stress post-traumatico‎‎ (PTSD). ‎ Altri effetti psicologici includono rabbia, insonnia, confusione sessuale e di personalità, incapacità di fidarsi degli adulti e perdita di fiducia. I problemi di salute legati al frequente uso di droga includono problemi dentali, epatite B e C e gravi problemi al fegato e ai reni. Altre complicazioni mediche includono problemi riproduttivi e lesioni da aggressioni sessuali, problemi fisici e neurologici da attacchi fisici violenti, e altri problemi di salute generali tra cui problemi respiratori e dolori articolari.‎

    La prostituzione dei bambini è illegale secondo il diritto internazionale e la ‎‎Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino nell’ articolo 34, afferma: “Lo Stato deve proteggere i bambini dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali, compresa la prostituzione e il coinvolgimento nella pornografia”. ‎ La Convenzione si è tenuta per la prima volta nel 1989 ed è stata ratificata da 193 paesi. Almeno nell’ultimo decennio, la comunità internazionale ha sempre più riconosciuto l’importanza di affrontare i problemi posti dalla tratta di bambini, dalla prostituzione infantile e dalla pornografia infantile; attività che minano i diritti dei bambini e sono spesso legate alla criminalità organizzata. ‎‎ Mentre la legalità della prostituzione degli adulti varia tra le diverse parti del mondo, la prostituzione dei ‎minori è illegale nella maggior parte dei paesi e tutti i paesi hanno una qualche forma di restrizione contro di essa. ‎

    ‎C’è però una disputa sulla definizione di prostituzione minorile. Il diritto internazionale definisce un bambino come qualsiasi individuo di età inferiore ai 18 anni,‎ ma un certo numero di paesi riconosce legalmente età più basse di consenso e età adulta, di solito che vanno dai 13 ai 17 anni di età. ‎ Nella Repubblica Ceca, ad esempio, la prostituzione è legale per i bambini di età superiore ai 14 anni. ‎ Le leggi di alcuni paesi, tuttavia, distinguono tra adolescenti prostituiti e bambini prostituiti. Ad esempio, il governo giapponese definisce la categoria come riferita ai minori tra i 13 e i 18 anni. ‎

    ‎Le conseguenze per i trasgressori variano da paese a paese. Nella ‎‎Repubblica Popolare Cinese‎‎, tutte le forme di prostituzione sono illegali, ma avere contatti sessuali con chiunque abbia meno di 14 anni, indipendentemente dal consenso, comporterà una punizione più grave rispetto allo stupro di un adulto. ‎

    Al contrario, il codice penale argentino criminalizza la prostituzione dei minori,‎ ma sanziona solo coloro che “promuovono o facilitano” la prostituzione, non il cliente che sfrutta il minore. ‎” Negli Stati Uniti, la pena per lo sfruttamento della prostituzione dei bambini implica da cinque a venti anni di carcere. ‎

    ‎Per quanto riguarda il perpetrarsi di tale pratica nella Storia, bisogna segnalare che la prostituzione dei bambini risale all’antichità. I ragazzi in età prepuberale erano comunemente prostituiti nei ‎‎bordelli‎‎ dell’antica Grecia e ‎‎di Roma‎‎. ‎ I bambini cinesi e indiani venivano comunemente venduti dai loro genitori per la prostituzione. ‎I genitori in India a volte dedicavano le loro figlie ai ‎‎templi indù‎‎, dove diventavano “‎‎Devadasis‎‎”: tradizionalmente uno status elevato nella società, i devadasi erano originariamente incaricati di mantenere e pulire i templi della divinità indù a cui erano assegnati (di solito la dea ‎‎Renuka‎‎) e di apprendere abilità come la musica e la danza. Tuttavia, man mano che il sistema si evolveva, il loro ruolo divenne quello di una prostituta del tempio, e le ragazze, che erano “dedicate” prima della pubertà, erano tenute a prostituirsi con uomini della classe superiore. ‎ Da allora la pratica è stata messa fuori legge, ma esiste ancora. ‎

    ‎In ‎‎Europa‎‎, la prostituzione infantile fiorì fino alla fine del 1800; ‎ i minori rappresentavano il 50% delle persone coinvolte nella prostituzione a ‎‎Parigi‎‎. ‎ Uno scandalo ‎‎nell’Inghilterra‎‎ del 19 ° secolo ha indotto il ‎‎governo‎‎ ad alzare ‎‎l’età del consenso‎‎ quando nel 1885, ‎‎William Thomas Stead‎‎, editore di ‎‎The Pall Mall Gazette‎‎, pubblicò “‎‎The Maiden Tribute of Modern Babylon‎‎”, quattro articoli che descrivevano un vasto giro ‎‎sotterraneo di traffico sessuale‎‎ che secondo quanto riferito coinvolgeva bambini venduti agli adulti. I rapporti di Stead si sono concentrati su una ragazza di 13 anni, ‎‎Eliza Armstrong‎‎, che è stata venduta per ‎‎£‎‎ 5 ‎. L’età del consenso fu aumentata da 13 a 16 anni entro una settimana dalla pubblicazione. ‎Durante questo periodo, il termine ‎“schiavitù bianca” venne usato in tutta Europa e ‎‎negli Stati Uniti‎‎ per descrivere i bambini vittime della prostituzione. ‎

    In Afghanistan e nel Pakistan nord occidentale lo sfruttamento sessuale dei bambini ha un nome ed una storia antica. I Bacha Bazi (letteralmente “ragazzino giocattolo” ) sono bambini che vengono truccati, vestiti da donne, impiegati nelle danze e soventemente sfruttati come prostituti. Sebbene la pratica sia stata resa illegale sia sotto i Talebani che secondo la legge Afghana, non è mai cessata.

    Fonti:

     The Sex Sector: The Economic and Social Bases of Prostitution in Southeast AsiaInternational Labour OrganizationISBN 978-9221095224.

    “Child prostitution: global health burden, research needs, and interventions”

     Forced Labor: The Prostitution of Children: Symposium Proceedings

    The Sex Sector: The Economic and Social Bases of Prostitution in Southeast Asia

    “C182 – Worst Forms of Child Labour Convention, 1999 (No. 182)”

     Sex Slaves: The Trafficking of Women in Asia

     The Culture of Make Believe

    “Former sex worker’s tale spurs rescue mission”

    “Child Prostitution”

    The Encyclopedia of Child Abuse

    “Bangladesh’s teenage brothels hold dark steroid secret”

    Slavery in the Modern World: A History of Political, Social, and Economic Oppression

    “Special Rapporteur on the sale of children, child prostitution and child pornography”

    “Children\’s Rights: Argentina | Law Library of Congress”

    “Child prostitution: global health burden, research needs, and interventions”

    https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G19/268/13/PDF/G1926813.pdf?OpenElement

     “Male adolescent concubinage in Peshawar, Northwestern Pakistan”

    “Bacha bazi: the scandal of Afghanistan’s abused boys”

    Trafficking in Women and Children in India

     “Child prostitutes: How the age of consent was raised to 16”

  • La tortura come mezzo di repressione: le storie della Resistenza antifascista e la situazione attuale nel mondo

    La tortura come mezzo di repressione: le storie della Resistenza antifascista e la situazione attuale nel mondo

    Da alcune ricerche svolte, risulta che circa due terzi degli antifascisti ufficialmente fucilati furono torturati nell’imminenza dell’esecuzione: è dunque un elemento ricorrente nella prassi repressiva nazifascista, reputato utile ad innescare ulteriori catture, fino alla disarticolazione di interi gruppi. Occupanti e collaborazionisti annichiliscono brutalmente gli antifascisti e smembrano intere famiglie, pur di sradicare e isolare i ribelli.

    A livello cronologico, il fascismo aveva inaugurato la pratica della tortura già nel 1920-1921, sotto forma di violenza endemica e talvolta pubblica: forzata ingestione di olio di ricino, percosse, sequestri e omicidi. Il nazismo vi ricorse ancora più sfrenatamente nel 1934.

    Nel 1944 la tortura si estende a dismisura; non è frutto di inconsulte decisioni personali, ma di una pianificazione pensata nelle sedi istituzionali. Non manca chi agisce in preda a insane pulsioni sadiche, ciò anche favorito dallo scardinamento del senso etico indotto dalla guerra.

    Dopo la liberazione di Roma, quando la linea del fronte si avvicina a Nord, la violenza deflagra e nella primavera del 1945 raggiunge l’acme: se prima si nascondevano i corpi straziati, adesso si esibiscono con macabra ostentazione.

    In quelle convulse settimane, mentre emergono forme ancestrali di “delitto di folla”, la tortura ricompare, mutata di segno e in forma estrema, contro i fascisti e, più raramente, contro i tedeschi. Nel clima esagitato del 1945 e nel vuoto di poteri che consente ogni eccesso sono i cittadini che si ergono a giustizieri: per di più la violenza partigiana si palesa stavolta in forma organizzata.

    Documentare un fenomeno terribile come la tortura risulta problematico, poiché essa oltre che provocare la morte o l’invalidità di migliaia di persone, lascia pesanti o irreversibili traumi psichici e per sua natura è caratterizzata da un alone di indicibilità, per cui la raccolta delle testimonianze, utile agli storici, può risultare complessa: le vittime tendono a chiudersi nel silenzio per non rivivere il trauma subito. Per loro si tratta di vicende talmente terribili da risultare incomunicabili. Per questa ragione le sevizie sono un aspetto della guerra rimasto sovente in ombra, date anche le circostanze in cui si torturano le vittime: di notte e in luoghi di massima sicurezza.

    Inoltre, la consapevolezza che con simili crudeltà siano state strappate informazioni ai membri della Resistenza, rafforzando il controllo sull’Italia occupata, ha frenato gli studi, cosicché ci si è limitati a segnalare il fenomeno, senza approfondirlo né misurarne portata e conseguenze. Tra le isolate eccezioni, ci sono stati gli studi di Santo Peli e Luigi Borgomaneri sulle organizzazioni gappiste, nonché le più esposte in caso di cattura alla tortura: non vi è infatti scampo, a meno di giocare d’anticipo e tradire i compagni. Riprendendo le parole di alcune testimonianze raccolte dagli storici sopracitati: <<Non pochi hanno trovato la forza di reggere, ma molti di più sono quelli che hanno parlato, chi più chi meno, magari cedendo soltanto parziali ammissioni pur di interrompere anche per pochi minuti ore di tormento insopportabili.>>

    Non vi sono limiti agli abusi, la cui esecuzione è affidata all’arbitrio del torturatore, e la morte è messa in conto come “incidente sul lavoro” o deliberata conclusione degli interrogatori.

    La presenza dei laboratori della violenza tedesca nella penisola è straordinariamente fitta, mentre il governo della RSI assiste impotente alle prepotenze dell’alleato germanico. Una nota di protesta approvata dal consiglio dei ministri il 19 gennaio del 1945 dà la misura della situazione: “[…] Le autorità italiane vengono sistematicamente ignorate. Non ricevono neppure la comunicazione delle misure adottate e degli arresti eseguiti [dalle diverse polizie tedesche nei confronti dei cittadini italiani]. E’ umiliante che il Capo della Repubblica non sia mai in grado di rispondere alle famiglie che domandano, dopo sei o dodici mesi dall’arresto, che cosa sia avvenuto dell’arrestato.”

    L’ambasciata tedesca a Roma ospita la Polizia di sicurezza, agli ordini del tenente colonnello Herbert Kappler, coadiuvato da Erich Priebke, che trasformano il palazzo di via Tasso in un inferno pieno di torture. A Milano, l’Hotel Regina diventa il centro dell’apparato repressivo tedesco: si tortura perfino nella tromba delle scale. A Bologna, la polizia tedesca brutalizza nella prigione di San Giovanni in Monte i detenuti da cui vuole ricavare concrete piste investigative. A Verona s’insedia il Kommando dei servizi di sicurezza dell’Italia occupata, mentre alla periferia di Trieste si allestisce un campo di detenzione e sterminio.

    Dilagano al Nord le violenze degli aggregati ai reparti germanici, mentre a Sud i legionari coloniali francesi razziano il territorio e compiono molti stupri efferati.

    In linea di massima i tedeschi si macchiano più raramente di violenza sessuale durante gli interrogatori rispetto ai fascisti. Odio politico e pulsioni sessuali scatenano sadismi fuori controllo, contro militanti e simpatizzanti della Resistenza. Il dato complessivo emerso dalle ricerche indica una maggiore tenuta delle staffette rispetto ai partigiani e ai gappisti. Un dato in parte sorprendente, considerato il sovrappiù di violenza sessuale e sadismo scatenato dai nazifascisti quando la vittima è donna: lo indica anche un rapporto dell’ottobre 1944 a Mussolini sulle malefatte della banda Koch.

    Nel territorio amministrato dalla RSI le torture, anche le più terribili, avvengono dentro un quadro istituzionale ben determinato, inserite nell’attività politico-militare quotidiana. I seviziatori godono di omertà e protezioni ad ogni livello.

    Mentre in Italia questa triste pagina di Storia è ormai conclusa, con molti seviziatori che in seguito alla condanna hanno poi beneficiato dell’amnistia Togliatti (22 giugno 1946), il fenomeno della tortura, anche come strumento sistematico, è ancora presente in molti paesi del mondo.

    Nonostante la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), la Convenzione delle Nazioni Unite Contro la Tortura, a cui hanno aderito 155 paesi, questa pratica non è solo presente, ma in espansione.

    Amnesty International ha rilevato evidenze a proposito della tortura e altri trattamenti disumani in 141 paesi e da ogni regione del mondo. Mentre in alcuni paesi Amnesty International ha solo documentato casi isolati ed eccezionali, in altri paesi la tortura è sistematica.

    Questo accade in violazione delle Quattro Convenzioni di Genova, le quali stabiliscono che la tortura sia un crimine di guerra, e sono state firmate da ogni singolo Stato del mondo.

    Dalle evidenze risulta che Nigeria, Marocco, Messico, Filippine Uzbekistan e Israele facciano sovente uso della tortura.

    In Nigeria la polizia usa di routine la tortura per estorcere informazioni e “confessioni”, e per punire e stremare i prigionieri. In contravvenzione con la legge nazionale e internazionale, l’informazione ottenuta con la tortura o tramite metodi disumani è utilizzata come prova durante il processo.

    In Marocco, il regno di re Hassan II (dal 1956 al 1999) è stato caratterizzato dalla repressione del dissenso politico, dalla scomparsa forzata di centinaia di individui, dalla detenzione arbitraria di migliaia di altri, e l’uso sistematico di tortura e altri maltrattamenti. Sebbene la situazione dei diritti umani sia notevolmente migliorata con l’ascesa al trono di Mohamed VI, Amnesty International continua a ricevere segnalazioni di torture e altri maltrattamenti da parte della polizia e della gendarmeria durante l’interrogatorio in custodia cautelare, e in misura minore in prigione o durante la detenzione in centri segreti. L’interrogatorio viene condotto in assenza dell’avvocato e questo espone il detenuto agli abusi. Il clima di impunità favorisce il verificarsi di questo fenomeno, pur essendo formalmente illegale ai sensi del diritto marocchino.

    La tortura e altri maltrattamenti sono all’ordine del giorno in tutta l’Africa, un continente in cui più di 30 paesi, tra cui Angola, Chad, Gabon, Sierra leone, non la considerano neppure punibile secondo la legge. Solo 10 Stati in Africa hanno una legislazione nazionale che criminalizza questo atto, sebbene sia vietato espressamente dalla Carta Africana dei Diritti dell’Uomo.

    Molti paesi della zona asiatica del Pacifico non stanno compiendo grandi passi in termini prevenzione della tortura, con Cina e Corea del Nord che sono i più zelanti responsabili di torture nella regione. La fustigazione è tutt’oggi consentita e le indagini sull’uso della tortura estremamente rare.

    Le forze di polizia in Cina, Fiji, Indonesia, Malesia, Myanmar, Filippine, India, Pakistan e Sri Lanka torturano gli individui durante l’interrogatorio e la detenzione prima del processo, spesso costringendo i detenuti a “confessare” un crimine. Alcune volte sono anche torturati a morte.

    Per quanto riguarda l’Europa e l’Asia Centrale, nel 2013-2014 Amnesty International ha documentato molti casi di abusi contro partecipanti alle proteste e attivisti dell’opposizione in Russia, Azerbaijan, e, più visibilmente, in Ucraina, in risposta alle dimostrazioni EuroMayden. Si stima che migliaia di persone siano rimaste ferite, e molte altre uccise dall’uso eccessivo della violenza da parte della polizia, che ha sparato ad un centinaio di persone.

    In Medio Oriente e Nord Africa, la situazione sta lentamente migliorando, ma ci sono testimonianze ed evidenze che dimostrano l’uso della tortura in Israele, Iraq, Iran, Barhain, Kuwait, Oman, Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Libia, Siria, Afghanistan. L’Egitto, non da meno, oltre alle torture inflitte ai partecipanti alle proteste del 2011 come arma repressiva contro di essi, si è recentemente distinto in efferatezza per le sevizie e l’omicidio di Giulio Regeni.


    Fonti:

    https://www.amnesty.it/appelli/fermiamo-la-detenzione-la-tortura-rifugiati-migranti-libia/
    https://www.amnesty.it/appelli/siria-nelle-carceri-la-tortura-e-allordine-del-giorno/
    https://www.amnesty.org/en/latest/news/2021/08/afghanistan-taliban-responsible-for-brutal-massacre-of-hazara-men-new-investigation/
    Bibliografia:

    Tortura, storie dell’occupazione nazista e della guerra civile (1993-45), Mimmo Franzinelli, Mondadori, 2018, Milano

    <iframe src="https://reporter.wrep.eu/"certificate/3551915984f971d222ef7d8f91a9d727" frameborder="0" style='width:100%'></iframe>
  • Il nuovo Emirato dell’Afghanistan del presidente Baradar, fedele al ricordo del mullah Omar: la vita sotto i talebani

    Il Mullah Abdul Ghani Baradar, presidente de facto dell’Emirato dell’Afghanistan, con il diplomatico americano Zalmay Khalilzad, agli accordi di Doha del 29 febbraio 2020. Foto tratta da https://www.wionews.com/south-asia/mullah-abdul-ghani-baradar-released-from-pak-prison-earlier-taliban-co-founder-is-back-in-afghanistan-406504

    I Talebani ( Taliban in lingua Pashto, che letteralmente significa “studenti”) sono un movimento di militanza fondamentalista Islamista, Jihadista, di stampo Deobandi- Pashtun. Due parole sul movimento Deobandi: esso nasce come reazione alla colonizzazione inglese dell’India, viene alla luce con la fondazione della madrasa (scuola coranica) Dar al-‘Ulum, la quale unisce il fondamentalismo islamico e l’ideologia anti-imperialista.

    I Talebani hanno governato tre quarti dell’Afghanistan dal 1996 al 2001, prima di essere rovesciati dall’invasione americana. Il 15 agosto 2021, gli accordi di Doha danno i loro frutti, e dopo anni di insurrezioni, i Talebani riconquistano Kabul e pongono l’intero paese sotto il proprio controllo: si assiste alla restaurazione dell’Emirato dell’Afghanistan, già fondato per la prima volta nel 1996.

    A seguito del loro ritorno al potere, il budget del governo afghano ha perso l’80% dei suoi fondi, l’insicurezza alimentare è assai diffusa mentre i Talebani fanno pressione sugli Stati Uniti e altri paesi per il riconoscimento del loro governo.

    I Talebani stanno attualmente ripristinando in Afghanistan le politiche implementate sotto l’Emirato del 1996-2001, vietando alle donne di viaggiare per lunghe distanze senza un Wali (letteralmente “guardiano”, cioè un accompagnatore) e stanno temporeggiando per la riapertura delle scuole femminili dopo il sesto grado. Le motivazioni addotte sono legate alla sicurezza: viaggiare da sole, incluso per recarsi a scuola, può essere molto pericoloso tra mine, molestatori, rapitori e rischi incalcolabili.

    Tuttavia, a partire dal 2021-2022, i leader talebani hanno sottolineato la morbidezza della loro rivoluzione e hanno affermato di desiderare buone relazioni con gli Stati Uniti, nelle discussioni con il giornalista americano Jon Lee Anderson.

    ‎Anderson osserva che la guerra dei talebani contro qualsiasi ‎‎immagine di esseri animati scolpita‎‎, stampata, disegnata, così vigorosa nel loro primo governo, è stata abbandonata, forse resa impossibile dagli smartphone e Instagram. Un osservatore locale, Sayed Hamid Gailani, ha sostenuto che i talebani non hanno ucciso molte persone dopo essere tornati al potere. Le donne sono viste per strada, Zabihullah Mujahid (vice ministro dell’Informazione e della Cultura) ha osservato che ci sono ancora donne che lavorano in un certo numero di ministeri governativi e ha affermato che le ragazze saranno autorizzate a frequentare l’istruzione secondaria quando i fondi bancari saranno scongelati e il governo potrà finanziare spazi separati e trasporti per loro, per garantire la loro sicurezza e tutela. ‎

    ‎Alla domanda sul massacro degli sciiti Hazara da parte del primo regime talebano, Suhail Shaheen, candidato talebano come ambasciatore alle Nazioni Unite, ha detto ad Anderson ” Gli sciiti Hazara per noi sono anche loro musulmani. Crediamo di essere una cosa sola, come i fiori in un giardino”. ‎

    Alla fine del 2021, i giornalisti ‎‎del New York Times‎‎ ‎‎si sono uniti‎‎ a un’unità talebana di sei uomini incaricata di proteggere il santuario sciita ‎‎Sakhi‎‎ di Kabul dallo ‎‎Stato islamico‎‎, notando “quanto seriamente gli uomini sembravano prendere il loro incarico”. Il comandante dell’unità ha detto che “non ci interessa quale gruppo etnico serviamo, il nostro obiettivo è servire e fornire sicurezza agli afghani”. ‎ In risposta alle “critiche internazionali” sulla mancanza di diversità, un Hazara è stato nominato vice ministro della salute e un tagiko è stato nominato vice ministro del commercio. ‎

    ‎ Il Ministero degli Affari delle Donne è stato invece chiuso e il suo edificio trasformato nella nuova sede del ‎‎Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio‎‎. Secondo Anderson, alcune donne ancora impiegate dal governo sono “costrette a recarsi al loro lavoro e poi tornare a casa, per creare l’illusione dell’equità”; e la nomina di minoranze etniche è stata respinta da un “consigliere dei talebani” come simbolismo.‎

    ‎Nonostante i talebani affermino che l’ISIS è stato sconfitto, l’IS ha effettuato attentati suicidi nell’ottobre 2021 nelle moschee sciite ‎‎di Kunduz‎‎ ‎‎e Kandahar‎‎, uccidendo oltre 115 persone. Alla fine del 2021, c’erano ancora esplosioni di “bombe appiccicose” “ogni pochi giorni” nella capitale Kabul. ‎

    ‎Le spiegazioni per la relativa moderazione del nuovo governo talebano sono emerse dalle dichiarazioni dei suoi funzionari come: “Abbiamo iniziato una nuova pagina. Non vogliamo essere impigliati con il passato, includiamo che non ci si aspettava di conquistare il paese così rapidamente e che esso aveva ancora problemi da risolvere tra le fazioni “.

    Da quanto risulta, nel frattempo 7 miliardi di dollari in fondi governativi afghani nelle banche statunitensi sono stati congelati, mentre l’80% del bilancio del precedente governo che proveniva da “Stati Uniti, i suoi partner o istituti di credito internazionali”, è stato chiuso, creando una grave crisi economica; secondo la direttrice del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, Mary Ellen McGroarty, dalla fine del 2021 all’inizio del 2022 “22,8 milioni di afghani sono già gravemente insicuri dal punto di vista alimentare e sette milioni di loro sono a un passo dalla carestia”; e che la comunità mondiale ha chiesto “all’unanimità” ai talebani “di formare un governo inclusivo, garantire i diritti delle donne e delle minoranze e garantire che l’Afghanistan non servirà più come trampolino di lancio per le operazioni terroristiche globali”, prima di riconoscere il governo talebano. ‎

    In una conversazione con il giornalista Anderson, alti dirigenti talebani hanno insinuato che la dura applicazione della sharia durante la loro prima era di governo nel 1990 era necessaria a causa della “depravazione” e del “caos” che rimanevano dall’occupazione sovietica, ma che ora “misericordia e compassione” erano all’ordine del giorno. ‎Questo è stato contraddetto da ex membri anziani del ‎‎Ministero degli Affari femminili‎‎, uno dei quali ha detto ad Anderson, “faranno di tutto per convincere la comunità internazionale a dare loro finanziamenti, ma alla fine sarò costretta a indossare di nuovo il burqa. Stanno solo aspettando”. ‎

    ‎A questo proposito, nel settembre 2021, il governo ha ordinato la riapertura ‎‎delle scuole primarie‎‎ per entrambi i sessi e ha annunciato piani per riaprire le ‎‎scuole secondarie‎‎ per gli studenti maschi, senza impegnarsi a fare lo stesso per le studentesse. ‎I Talebani affermano che le studentesse ‎‎universitarie‎‎ saranno in grado di riprendere ‎‎l’istruzione superiore‎‎ a condizione che siano separate dagli studenti maschi (e dai professori, quando possibile),‎ ‎ ‎‎Il ministro dell’Istruzione superiore‎‎ ‎‎Abdul Baqi Haqqani‎‎ ha affermato che le studentesse universitarie saranno tenute a osservare un adeguato ‎‎hijab‎‎, ma non ha specificato se ciò richieda la copertura del viso. ‎

    ‎L’Università di Kabul‎‎ ha riaperto nel febbraio 2022, con studentesse che frequentano la mattina mentre i maschi nel pomeriggio. Oltre alla chiusura del dipartimento di musica, sono state segnalate poche modifiche al curriculum. ‎

    Secondo Farhad Bitani, ex ufficiale dell’esercito afghano:<<Anche i talebani sono cambiati. Non nella loro barbarie, ma i leader hanno passato la maggior parte della loro vita in Qatar, in Pakistan, hanno imparato la tecnologia, hanno provato la bella vita, non più la guerriglia sulle montagne, e hanno capito che se ripetono la stessa barbarie di vent’anni fa falliranno. Sicuramente lasceranno più libertà, perché anche gli afgani in questi vent’anni hanno scoperto un mondo diverso, perché sanno che la gente chiede più libertà. […] Secondo me non useranno più i metodi feroci che usavano nel 1996, quando tagliavano le teste, ma reprimeranno in modo molto più nascosto in una dimensione molto più politica. In tv dichiarano di non toccare nessuno. Quando ammazzeranno, attribuiranno il delitto all’Isis. […] Il loro comportamento è diventato molto più tecnico, diplomatico e di propaganda. Per esempio, appena sono arrivati a Kabul hanno preso il potere, hanno annunciato che non avrebbero toccato il presidente Ashraf Ghani, che Ghani poteva restare. Ma i servizi segreti avevano avvertito Ghani di fuggire subito, perché in città c’erano un gruppo di dodici killer talebani incaricati di ucciderlo. Per questo il presidente è scappato, perché sapeva che sarebbe stato ucciso. Davanti al mondo mostrano un volto moderato e ragionevole, ma in realtà usano gli stessi metodi spietati di prima, solo che non li manifestano.>>

    Fonti:

     Decoding the new Taliban: insights from the Afghan field

    “The Taliban Confront the Realities of Power”

    “On Patrol: 12 Days With a Taliban Police Unit in Kabul”

     “Why is the world not recognizing the Taliban government?”

    “Taliban ban girls from secondary education in Afghanistan”

    “Taliban say women can study at university but classes must be segregated”

     “Afghan students return to Kabul U, but with restrictions”

     “Taliban to open high schools for girls next week, official says”

    Bibliografia:

    Addio Kabul, Farhad Bitani e Domenico Quirico, Neri Pozza Editore, Padova, 2021

    <iframe src="https://reporter.wrep.eu/"certificate/1d23a3b1becd913e0c063fb75ca830b6" frameborder="0" style='width:100%'></iframe>
    
    
  • Omosessuali in Iran: la “scelta” tra la pena di morte e il cambio di sesso

    Immagine tratta da http://transascity.org/transition-in-iran/

    ‎In Iran l’attività sessuale tra membri dello stesso sesso è illegale ed è punita con la pena di morte. Gli individui omosessuali sono così indotti a compiere una tremenda scelta: vivere nell’illegalità, nell’ignominia della società e rischiare di essere denunciati esponendosi alla pena capitale, oppure iniziare un processo denominato dal governo iraniano “filtraggio” che permette di separare gli omosessuali, considerati malati di mente e irrecuperabili, da coloro che decidono di intraprendere il percorso della transessualità, reputati “curabili” attraverso un ‎‎intervento chirurgico di riassegnazione del sesso‎‎, cosicché possano incanalarsi in una logica binaria di genere e rispettare le regole della segregazione sessuale (separazione rigorosa nello spazio pubblico tra uomini e donne) in accordo col nuovo sesso acquisito. ‎

    Gli interventi chirurgici di riassegnazione del sesso sono parzialmente sostenuti finanziariamente dallo Stato il quale fornisce al paziente, dopo l’intervento chirurgico, un nuovo certificato di nascita, un nuovo passaporto e gli altri documenti in accordo con la nuova identità. I sussidi per l’assistenza sanitaria raramente coprono una parte significativa dei costi sanitari, lasciando l’assistenza sanitaria inaccessibile alla maggior parte delle persone trans. Inoltre, in diverse parti del paese, le sovvenzioni sono state sospese con il pretesto di fondi governativi insufficienti.

    Molti omosessuali in Iran sono stati spinti a sottoporsi ad un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso al fine di evitare persecuzioni legali e sociali, non perché ne avessero desiderio: molto spesso l’operazione è percepita dagli stessi come una mutilazione, una scelta obbligata che li costringe a rinunciare ad una vita sessuale appagante così come alla genitorialità. L’Iran esegue più interventi chirurgici di riassegnazione del sesso di qualsiasi altro paese al mondo, dopo la ‎‎Thailandia‎‎, ma con risultati di dubbio successo in molti casi: la qualità dell’assistenza sanitaria per i trans nel paese, compresa la terapia ormonale e gli interventi chirurgici di ricostruzione, è spesso molto bassa.‎‎

    Le persone transgender che non si sottopongono all’intervento chirurgico non hanno alcun riconoscimento legale (poiché i generi non binari non sono riconosciuti in Iran) e quelle che lo fanno vengono prima sottoposte ad un processo lungo e invasivo, compresi i test di verginità, l’approvazione formale dei genitori, la consulenza psicologica che rafforza i sentimenti di vergogna e l’ispezione da parte del tribunale della famiglia.

    ‎Il governo ha anche affrontato le ripetute accuse di costringere individui omosessuali a ‎‎un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso‎‎ e il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha riferito che “i bambini e le bambine lesbiche, gay, bisessuali e transgender sono sottoposti a scosse elettriche e alla somministrazione di ormoni e forti farmaci psicoattivi”.‎

    ‎La chirurgia per le condizioni intersessuali è stata praticata in Iran dal 1930.‎ Nel 1963, l’ayatollah ‎‎Ruhollah Khomeini‎‎ scrisse un libro in cui affermava che non vi era alcuna restrizione religiosa sulla chirurgia correttiva per gli individui intersessuali, sebbene ciò non si applicasse a quelli senza ambiguità fisica negli organi sessuali. Questo vuol dire che l’ayatollah si era pronunciato al tempo solo per gli individui ermafroditi (recanti dalla nascita caratteristiche dell’uno e dell’altro sesso), ma non per i transessuali. All’epoca Khomeini era un rivoluzionario radicale e anti-Shah e ‎‎le sue fatwa‎‎ non avevano alcun peso con il governo imperiale, il quale non aveva politiche specifiche riguardo agli individui transgender.

    Immagine tratta da https://www.hindustantimes.com/photos/world-news/photos-iran-marks-the-40th-anniversary-of-the-1979-islamic-revolution/photo-uXXisLuzHBmZzDPHGrt2CJ.html

    ‎Il nuovo governo religioso che è stato istituito dopo la ‎‎rivoluzione iraniana del 1979‎‎ ha classificato le persone transgender e ‎‎i crossdresser‎‎ come gay e ‎‎lesbiche‎‎, ‎cioè individui reputati deviati e socialmente pericolosi che secondo il codice penale iraniano sono passibili della pena di morte.

    Una delle prime attiviste per i diritti dei transgender è stata ‎‎Maryam Hatoon Molkara‎‎, una donna transgender (MtF, da maschio a femmina). Prima della rivoluzione, desiderava diventare fisicamente donna, ma non poteva permettersi un intervento chirurgico e voleva l’autorizzazione religiosa. Nel 1975, iniziò a scrivere lettere a Khomeini, che sarebbe diventato il leader della rivoluzione ed era in ‎‎esilio‎‎. Dopo la rivoluzione, è stata licenziata, iniettata con la forza con ‎‎ormoni‎‎ maschili e internata in una struttura psichiatrica. Alcuni nella sua situazione vennero rinchiusi nella prigione Evin di Tehran, mentre altri vennero lapidati a morte.

    In seguito la Molkara, grazie ai suoi contatti con importanti esponenti religiosi, è stata rilasciata e ha continuato a fare pressioni su molti altri leader. Più tardi andò a trovare Khomeini, che era tornato in Iran. Durante questa visita, è stata sottoposta a percosse da parte delle sue guardie perché indossava un binder (fascia che comprime il seno) e sospettavano che potesse essere armata.

    Indossando un completo maschile, si diresse al campo estremamente protetto di Khomeini nella Tehran del nord, portando con sè una copia del Corano. Come ulteriore richiamo al simbolismo religioso, si era legata le scarpe attorno al collo. Quel gesto, che richiamava l’ Ashura, la festività religiosa sciita che celebrava l’eroismo del terzo imam Hossein, voleva significare che lei stava cercando protezione.

    Dapprima, l’ayatollah fallì nel garantirgliela. Appena si avvicinò al campo, le guardie armate di sicurezza le saltarono addosso e cominciarono a picchiarla. Si fermarono soltanto quando il fratello di Khomeini, assistendo alla scena, intervenne e condusse Molkara nella propria casa.

    Là, Molkara, all’epoca con la barba, alta e di massiccia costituzione, tentò di spiegare la propria difficile situazione: <<Gridavo “sono una donna, sono una donna” >>dice. Per dimostrarlo, tolse la fascia attorno al petto per svelare il seno femminile, ben formato, celato da essa. Le donne nella stanza accorsero per coprirla con uno chador.

    A quel punto il figlio di Khomeini, Ahmad, era arrivato e si era commosso fino alle lacrime per la storia di Molkara. Nell’emozione, fu deciso di condurre Molkara al leader supremo. Nell’incontrare la figura quasi mitica nella quale ella aveva investito tale speranza, Molkara svenne.

    <<Fui condotta in un corridoio,>>Molkara racconta, <<potevo udire Khomeini alzare la voce. Stava rimproverando quelli che lo circondavano, domandando come potessero maltrattare qualcuno che era venuto a chiedere protezione. Stava dicendo “Questa persona è serva di Dio”. Nella stanza con lui c’erano tre dei suoi medici di fiducia e lui chiese quale fosse la differenza tra ermafroditi e transessuali. Cosa sono questi “neutri in difficoltà”, stava domandando. Khomeini non conosceva questa condizione fino a quel momento. Ma da qual momento in poi, ogni cosa cambiò per me.>>

    Molkara lasciò l’accampamento di Khomeini con una lettera indirizzata al capo dei pubblici ministeri e al capo dei medici etici dando l’autorizzazione religiosa per lei e, implicitamente, per altri come lei, a cambiare chirurgicamente il proprio genere. Era la fatwa che aveva cercato.

    In foto Maryam Hatoon Molkara, tratta da https://twitter.com/thetranshijabi/status/1262513743491031042

    A causa di questa fatwa, emessa nel 1987, gli individui transgender in Iran sono stati in grado di vivere come donne previo intervento chirurgico che permette di cambiare il certificato di nascita e tutti i documenti ufficiali certificanti il loro nuovo genere, nonché di sposare uomini, con tanto di matrimonio religioso. Alle donne che vogliono diventare uomini si applica il medesimo procedimento, con la possibilità di avere in seguito legittimamente da una a quattro mogli come qualsiasi altro uomo.

    ‎La fatwa originale di Khomeini è stata da allora riconfermata dall’attuale leader dell’Iran, ‎‎Ali Khamenei‎‎, ed è sostenuta anche da molti altri religiosi iraniani.‎

    C’è ancora un grande stigma collegato all’idea di transgender e riassegnazione di genere nella normale società iraniana, e la maggior parte delle persone transgender, dopo aver completato la loro transizione, viene consigliato di mantenere la discrezione sul loro passato.

    La maggior parte dei partecipanti a uno studio del 2018 su ‎‎Quality & Quantity‎‎ ha avuto “esperienze di essere accusato, arrestato e abusato fisicamente dalla polizia” e ha affrontato discriminazioni sul posto di lavoro, incluso il licenziamento per essere trans.‎

    ‎Un rapporto del 2016 di ‎‎OutRight Action International‎‎ ha rilevato che “gli iraniani trans continuano ad affrontare gravi discriminazioni e abusi sia dalla legge che nella vita quotidiana, e raramente sono trattati come membri uguali della società” e che “la comunità trans iraniana affronta pressioni da parte di attori statali e non statali, che vanno da atteggiamenti pubblici ostili ad atti di estrema violenza, rischio di arresto, detenzione e perseguimento”. Il rapporto ha osservato che la polizia iraniana spesso arrestava chiunque sospettasse di essere trans e li teneva in custodia fino a quando non potevano completare un’indagine ufficiale per determinare che l’individuo arrestato era legalmente riconosciuto come trans. La polizia prendeva spesso di mira anche le persone trans per la fustigazione in base alle regole anti-cross-dressing.

    ‎Alle persone trans è vietato ‎‎prestare servizio nell’esercito iraniano‎‎ e sono state rilasciate specifiche carte di esenzione da parte dei militari: questa pratica di identificazione delle persone transgender li mette a rischio di abusi fisici e discriminazioni. ‎

    ‎Secondo il ‎‎Centro per i diritti umani in Iran: “Il riassegnamento chirurgico di sesso in Iran è estremamente pericoloso, quando sovvenzionato dallo stato, il processo pre-operatorio è abusivo, l’intervento chirurgico è in genere eseguito da chirurghi mal addestrati e procedure pasticciate e scarse cure di follow-up spesso provocano complicazioni mediche permanenti”. ‎Secondo ‎‎Justice for Iran‎‎, lo stato iraniano non riesce a “garantire che i chirurghi e altri operatori sanitari che si occupano di [persone transgender] soddisfino standard appropriati di istruzione, abilità e codici etici di condotta” e che le persone trans abbiano difficoltà ad accedere a informazioni adeguate sull’assistenza sanitaria, che “derivano direttamente dal governo e dalle sue entità mediche associate che distorcono o travisano intenzionalmente le moderne informazioni scientifiche su questioni di orientamento sessuale e identità di genere.” ‎

    ‎Il processo di sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso è esteso e piuttosto arduo. Le persone che mettono in discussione la loro sessualità sono incoraggiate a vedere uno psicologo, e di solito si raccomanda loro di sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso per adattarsi al rigoroso binario di genere che è presente in Iran. Come precedentemente accennato, esiste inoltre un requisito per le persone trans adulte di fornire una certificazione formale di approvazione dei genitori per ottenere un permesso per la chirurgia. ‎L’individuo passa attraverso quattro o sei mesi di terapia, test ormonali e test cromosomici per sottoporsi a un processo noto come “filtraggio”.

    ‎La chirurgia transessuale non è in realtà legale secondo il diritto civile iraniano, sebbene le operazioni vengano eseguite. La legge iraniana ha sia componenti laiche che religiose, e la giurisprudenza laica non dice nulla sulle questioni transgender. In questo caso, sono la Sharia e la fatwa di Khomeini a regolare la transizione. ‎

    Il rapporto del progetto Safra afferma che attualmente non è possibile per i presunti individui transgender scegliere di non sottoporsi a un intervento chirurgico: se sono approvati per la riassegnazione del sesso, ci si aspetta che si sottopongano immediatamente al trattamento. Coloro che desiderano rimanere “non operativi” (così come coloro che si travestono e / o si identificano come ‎‎genderqueer‎‎) sono considerati il loro genere assegnato alla nascita, e come tali rischiano di subire molestie come omosessuali e sono soggetti alle stesse leggi che vietano ‎‎gli atti omosessuali‎‎: per riassumere, rischiano stupri punitivi, arresto, torture e pena capitale.

    ‎Il rapporto OutRight del 2016 ha rilevato che l’accesso all’assistenza sanitaria era gravemente limitato per coloro che non potevano permetterselo e che il sistema sanitario spesso rifiutava di curare le persone che soffrivano di ulteriori problemi di salute a causa transizione chirurgica, inoltre, il rapporto ha evidenziato una cultura del gatekeeping nel sistema sanitario, spesso imponendo periodi di attesa estremamente lunghi ai pazienti. Il rapporto riporta che un medico ha affermato che “non tutti coloro che vogliono cambiare il loro genere soffrono di disturbo dell’identità di genere”. Questo significa che molti individui sono indotti a cambiare genere a causa delle proprie tendenze sessuali e della pressione legale e sociale che esse comportano, non perché effettivamente si sentano di appartenere ad un altro genere rispetto a quello di nascita.

    Foto tratta da https://www.dw.com/en/iran-how-transgender-people-survive-ultraconservative-rule/a-57480850

    Fonte: http://www.guardian.co.uk/g2/story/0,3604,1536658,00.html

    <iframe src="https://reporter.wrep.eu/certificate/1cd91f2c01cb12b3ae933b9fe800c392" frameborder="0" style='width:100%'></iframe>
    
  • L’inferno a Sandalo di Ponente: abitazioni occupate, automobili rubate, degrado urbano e intimidazioni

    Sandalo di Ponente, facente capo al comune di Nettuno, è una località che si trova vicino Casello 45, all’incrocio tra Via Taglio delle Cinque Miglia e Via Lago Maggiore.

    Da anni i residenti denunciano, pregando il Sindaco di Nettuno di intervenire, i crescenti disagi provocati dalla sempre più ingerente presenza di zingari, i quali oltre che intimidire e minacciare i residenti, finanche con il bastone, appiccano roghi, occupano gli appartamenti all’asta giudiziaria, rubano automobili che, una volta dilaniate, vengono abbandonate nella suddetta località come relitti.

    Evidenti sono anche gli imbrattamenti, con i quali non mancano di segnalare la loro presenza.

    Foto di Vittoria Gabrielli.
    Foto di Vittoria Gabrielli. Appartamenti occupati ed auto rubate.

    In precedenza i residenti si erano più volte appellati al Sindaco di Nettuno a causa delle condizioni invivibili che si erano trovati a subire: incendi dolosi, cumuli di immondizia cui talvolta viene dato fuoco, bambini che vi giocano in mezzo. Un evidente degrado urbano che si accompagna all’insicurezza e all’instabilità sociale. Difficile sentirsi sicuri da queste parti, vedere per credere.

    Immagine tratta da
    Nettuno, Sandalo di Ponente: il degrado di questo angolo di mondo – InLiberaUscita
    Immagine tratta da Nettuno, degrado a Sandalo. I bambini giocano in mezzo a montagne di rifiuti – L’Eco Del Litorale | Notizie online (lecodellitorale.it)

    Dai recenti rilevamenti è emerso con evidenza che, nonostante le richieste di intervento, inoltrate anche alla Polizia di Stato, le condizioni a Sandalo di Ponente risultino invariate, sebbene cresca la pericolosità sociale e le vessazioni all’interno della suddetta località.

    Sono stati registrati episodi di razzismo contro cittadini italiani, che sono stati inseguiti e apostrofati con le testuali parole: “Italiano vaffanculo”. Recenti segnalazioni hanno anche confermato che persistono le corse clandestine di automobili, e che diversi residenti hanno dichiarato di aver rischiato più volte di essere investiti per errore: in queste vie la guida spericolata sembra la regola. Inoltre è stato notato che presso Sandalo di Ponente sta crescendo un fiorente giro di spaccio, con vedette poste in punti strategici che pattugliano sia in strada, sia dalle finestre che dai balconi. Da alcune dichiarazioni rilasciate sembra che la sostanza più venduta sia il crack, ma ulteriori approfondimenti potranno darne conferma. Nel frattempo si attende l’intervento del Sindaco di Nettuno e della Polizia di Stato, confidando che questo ennesimo report possa sollecitare un cambiamento nel nostro splendido territorio.

    https://reporter.wrep.eu/certificate/c9dcca27f17d8f594f1c148dccef4935

  • Il museo storico Piana delle Orme: un percorso immersivo tra natura e rievocazione del nostro Novecento

    Il museo storico Piana delle Orme: un percorso immersivo tra natura e rievocazione del nostro Novecento
    Ingresso del museo

    Il museo Piana delle Orme si configura come un parco tematico, il quale si trova nella località borgo Faiti, in provincia di Latina. Esso si estende su 25.000 metri quadri di superfice immersa nella natura e racchiude al suo interno più di 50.000 reperti, molti dei quali appartengono alla collezione di Mariano De Pasquale, il quale nel 1997 ha fondato il presente museo.

    Ingresso del museo, in foto la statua di Mariano de Pasquale e la sua epigrafe commemorativa, che recita:” Figlio di Sicilia, dai pascoli silenti mise radici in Agro Pontino. Onesto e laborioso, da agricoltore si trasformò in imprenditore lungimirante e coraggioso. Seminatore di memoria e testimone di valori antichi, seppe coniugare il lavoro con l’impegno nella cultura. Il suo cammino ha lasciato orme indelebili nella storia di questa terra e di tutto coloro che lo conobbero.

    Il tema del museo verte principalmente attorno alla rievocazione etnografica, con grande attenzione alla storia militare. Il percorso permette di seguire con i propri passi le tracce storiche del Novecento italiano.

    All’interno di 16 padiglioni sono disposti migliaia di reperti che testimoniano il modus vivendi del tempo, la cultura contadina ed il recente passato bellico. Oggetti di vita quotidiana che ci parlano dei loro possessori e ci raccontano di un popolo fiero e laborioso, piegato dalla durezza della vita contadina che coinvolgeva, prima del regime fascista, il 70% delle persone. Vessato dalle malattie, come l’inarrestabile malaria e dalle superstizioni che ne rendevano la cura ancor più difficile: pensiamo al motto “al chinino preferiamo il vino” o ai rimedi casalinghi come l’ingestione di fegato di topo, o di cimici, o all’infornata (consisteva nell’infornare i neonati per guarire la malaria). Infine messo in ginocchio da una guerra presentatasi con un volto mai visto prima nella Storia. Eppure descrivono anche un popolo che, se messo a terra, non si spezza ed ancora una volta, pur con sacrificio, sa risorgere dalle sue ceneri.

    Giocattoli, strumenti di lavoro, trattori e idrovore utilizzati per la bonifica durante il fascismo, tram, auto, moto, armi, mezzi militari, aerei, carri armati, elicotteri, jeep, fucili, proiettili, divise: ogni elemento è disposto secondo un tema e attraverso specifiche ricostruzioni didattiche ricche di animazioni ed effetti sonori è possibile ripercorrere la Storia, anno dopo anno, partecipando emotivamente in un’esperienza immersiva che si propone di coinvolgere lo spettatore, senza barriere. Gli allestimenti scenografici ripercorrono le battaglie più importanti, con effetti sonori che consentono una più completa immedesimazione nella scena e con la possibilità di attivare l’audio guida gratuita per maggiori delucidazioni sul contesto storico presentato. Alcuni allestimenti permettono di immergersi anche nella vita contadina, così come nel quotidiano di un qualsiasi italiano del Novecento, assistendo a trasformazioni e cambiamenti con gli stessi occhi increduli.

    Il primo padiglione che si presenta ai visitatori è quello sul Giocattolo d’Epoca“: armi, soldatini, navi, pupazzetti e bambole ci fanno comprendere quali fossero le aspettative rispetto ad un bambino dell’epoca, sul ruolo nella società o sul ruolo di genere ad esempio. Il maschio temerario spietato combattente fucile alla mano, la femmina amorevole e orgogliosa custode della bellezza e della maternità.

    Il secondo padiglione dell’itinerario riguarda la “Bonifica delle Paludi Pontine“. Ricordiamo che l’opera ebbe inizio nel 1924. La bonifica a larga scala cominciò solo dal 1928 quando i fascisti sovvenzionarono i latifondisti e la borghesia agricola della zona, pagando fino al 75% dei loro costi. Siccome Mussolini riteneva che l’opera andasse a rilento, per velocizzare affidò il progetto all’Opera Nazionale Combattenti nel 1931. Ancora oggi la persistenza dello stato di terreno agricolo piuttosto che di palude è possibile solo grazie alla rete di canali di drenaggio servita dai numerosi impianti idrovori di sollevamento delle acque, necessari per scaricare in mare le acque che altrimenti, da sole, non defluirebbero.

    A seguire il terzo padiglione dei “Mezzi Agricoli d’Epoca” comprende più di 300 esemplari che vanno dalle prime locomobili a vapore ai trattori con motore a petrolio. Sono inoltre esposte decine di tracciatrici e attrezzi che rappresentano le tappe più importanti della meccanicizzazione agraria. Molti di questi mezzi sono di marca e fattura italiana.

    Il quarto padiglione, che conclude il percorso della pace, presenta scene di “Vita nei Campi“. Si ritrova il mondo perduto delle tradizioni e della cultura contadina; viene mostrato il modo in cui in passato si faceva il vino, l’olio, il pane, il formaggio, il funzionamento di una carbonaia e come si trebbiava il grano.

    Anche la scuola era un elemento importante nella vita della popolazione, perfino di quella contadina. L’analfabetismo, oltre alla malaria, era tra i problemi che maggiormente ostacolavano lo sviluppo economico e sociale di vaste regioni dell’Italia Unita. Fu ai primi del 1900 che, grazie alla creazione di scuole per contadini, l’alfabeto venne considerato “mezzo inestimabile di rivoluzione e di elevazione individuale” per i “campagnoli” dell’ Agro Romano e dell’Agro Pontino.

    Il Percorso di guerra inizia con il padiglione “Deportazione e internamento ” , che si presenta con la ricostruzione di una stazione ferroviaria con vagoni e locomotive d’epoca.

    Segue il padiglione “Mezzi Bellici d’Epoca” all’interno del quale si offre al visitatore la possibilità di prendere visione delle più diverse attrezzature militari utilizzate nei teatri di battaglia durante la Guerra di liberazione, sia dalle forze alleate che dall’asse nazi-fascista.

    Nel padiglione ” da El Alamein a Messina e Salerno” viene rievocata l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista . Si ode la voce di Mussolini dal balcone di Piazza Venezia informare attraverso la radio gli italiani, poi un colpo di cannone introduce nel clima di guerra. Si assiste alla mobilitazione dell’esercito e alla partenza per il fronte di tanti giovani soldati.

    Nel padiglione “Sbarco di Anzio” sono invece ricostruite le operazioni di sbarco, la battaglia dei Rangers, gli sfollamenti e l’interno di un rifugio.

    A conclusione del percorso abbiamo la “Battaglia di Cassino” che rievoca i sanguinosi eventi del fronte cassinese.

    https://reporter.wrep.eu/certificate/5368827d1467a8b54d10515d587f1cca

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora